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La società civile e i candidati

LE OPINIONI / La società civile e i candidati

La politica ha bisogno di professionalità e di ricambio e li attinge a serbatoi diversi. Ma occorrono persone con motivazioni e impegno diversi

di Stefano Allievi

La politica ha bisogno di professionalità. E, quindi, di professionisti. Su questo tema i politici di lungo corso hanno goduto per troppi anni di una rendita di posizione formidabile: «Non andreste mai da un medico che si vanta di non essere un medico di professione», era l’argomento principe, apparentemente di buon senso, di uno di essi, D’Alema. E molti altri lo praticavano senza teorizzarlo.

Peccato che siano stati proprio i politici di professione, nella loro grande maggioranza, a mostrare di non avere alcuna professionalità specifica: rendendo credibile l’idea che chiunque difficilmente avrebbe fatto di peggio. E tragicamente è così: l’ultimo Parlamento, quello che ci apprestiamo a mandare a casa, è stato forse il peggiore della storia repubblicana, dal punto di vista della qualità umana e professionale dei suoi membri. Dalla constatazione dell’inconsistenza della professionalità politica disponibile nasce la rivendicazione di una professionalità esistente altrove, tipicamente nella società civile, da immettere in politica.

Ha cominciato Berlusconi, con la mistica dell’imprenditore: uno che ha fatto bene e ha avuto successo nel suo campo, non potrà che fare bene anche in politica. Si è visto come è andata. Anche con i molti altri imprenditori scelti da altri partiti a rappresentare la categoria: che, spesso, hanno fatto una figura politica anche peggiore.

La politica ha cercato di correre ai ripari ricorrendo all’unica competenza specifica da essa conosciuta: quella del governo locale. Da qui l’idea che i sindaci, anche perché già legittimati dal consenso popolare, siano i soli a possedere la virtù della competenza politica. Anche se il lavoro parlamentare è assai diverso da quello del sindaco, e la capacità di immaginazione dei fondamentali del vivere comune è notevolmente diversa dalla capacità di amministrazione dei problemi locali. L’essere stato sindaco può essere un importante valore aggiunto, ma non un fattore taumaturgico di per sé.

L’esigenza di ricorrere a competenze altre, non politiche, permane. E si è trasformata nella ricerca affannosa di candidature esterne alla politica, inducendo una vera e propria mistica della società detta civile. Peccato che la società civile sia, spesso, non meno incivile della politica, nel suo disinteresse per la cosa pubblica e nel perseguimento di benefici privati. E soggetta alle stesse ambizioni e ai medesimi appetiti. Non basta appartenere alla società civile per sfuggirvi. Bisogna anche volerlo fare: e non è da tutti.

Certo, la politica ha bisogno di un ricambio significativo: è innegabile. Ma la soluzione non è solo ricorrere a serbatoi diversi: occorre richiedere anche un impegno diverso, selezionando persone con motivazioni diverse.

Il bisogno di ricambio purchessia, tanto è difficile fare peggio, ha prodotto infatti una serie di conseguenze quanto meno dubbie. Dalla mistica del giovane (rischiando il paradosso, per combattere il professionismo politico degli anziani, di creare semplicemente nuovi politici di professione, che altre professioni di riserva non hanno fatto in tempo a maturare) alla mistica dell’associazionismo (non c’è dubbio che il know how conoscitivo e relazionale di chi milita nell’associazionismo sia importante; ma in Italia ha prodotto troppe rendite sicure e troppi passaggi automatici da esso alla politica, senza guardare alle competenze individuali). C’è poi la mistica della fama, senza altre competenze: per cui se sei uno sportivo, o una personalità comunque visibile, come i giornalisti televisivi, la strada per il parlamento ti è aperta senza costi. Infine, c’è la mistica del tecnico, e del professore universitario. Che, si assume, avendo delle competenze specifiche, le porterà automaticamente anche in politica.

Tutte queste competenze (tranne quella della fama punto e basta, che è un frutto perverso della società dello spettacolo) sono in realtà fondamentali. Ma solo se associate a una passione autentica per la cosa pubblica, alla capacità e alla voglia di immaginare e di investire nel collettivo, al desiderio di realizzare progetti e obiettivi comuni, e a misurarsi nella fatica di essi. I partiti dovrebbero selezionare anche questo, non solo le competenze in quanto tali o la visibilità purchessia.

Troppi membri della società detta civile oggi vengono scelti all’ingrosso. Al punto che si candidano persone che si sa già che essenzialmente faranno altro, e perseguiranno i propri obiettivi professionali: che si tratti delle prossime Olimpiadi o del proprio tornaconto come professionista o imprenditore. Mentre, se vogliono fare politica, dovrebbero accettare di interrompere il loro lavoro, per farne un altro, di più alto valore civile. Altrimenti, non diversamente dai politici di professione, mostrerebbero di cercare nient’altro che un posto ben remunerato, un reddito aggiuntivo, per giunta con impegno part time. Senza il costo, oltre tutto, di doversi misurare con la ricerca del consenso.

14 gennaio 2013

in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere della Alpi”, p. 1 (anche come Società civile e l’inganno della politica in “Messaggero Veneto”, p.1)

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