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L’accordo Lega-Pdl e l’azzardo della macroregione

L’accordo della Lega con il PDL non è una resa. Al contrario, è una scommessa – un azzardo, se si vuole – che rappresenta un ritorno alle origini della Lega stessa.

La Lega nasce nordista non solo nel nome, ma nell’interesse di fondo e nella sua ragione sociale. L’obiettivo della macroregione del Nord è quello che è stato teorizzato meglio, grazie all’apporto decisivo e alle competenze di Gianfranco Miglio, che di esso è stato il più autorevole interprete. Ma è stato anche quello più frettolosamente abbandonato, insieme a Miglio stesso, per puntare a un obiettivo più ambizioso e nello stesso tempo più legittimabile – tanto che ha trovato molti sostenitori al di fuori della Lega, sia a destra sia a sinistra – ma malamente incarnato e perseguito, anche a causa di una dirigenza incompetente e largamente impreparata sul piano tecnico: quello del federalismo, applicato sul piano nazionale, e non solo al Nord.

La scommessa di Maroni, oggi, è quella di tornare all’idea della macroregione del Nord: la sola che consentirebbe alla Lega un salto di qualità, e il ritorno a risultati elettorali a doppia cifra. Governando già il Piemonte e il Veneto, se conquistasse la Lombardia la Lega diventerebbe davvero determinante sul piano nazionale, governando i territori leader del Paese, quelli più competitivi e avanzati, e che producono maggiore ricchezza.

Ecco perché l’azzardo di Maroni è sensato, e forse è davvero l’ultima chiamata per la Lega come forza di cambiamento, come scommessa storica, altrimenti destinata a finire nell’irrilevanza sostanziale di un destino residuale: a una cifra sul piano nazionale, ma con il premio di consolazione del governo sul piano locale, più spesso nella provincia padana che nelle città davvero importanti e strategiche (Torino e Venezia non sono mai state conquistate. Milano, vinta molto presto, è stata persa immediatamente per palese insipienza e incapacità di governo: e per la Lega questa è una sconfitta che brucia ancora, e che mostra tutta l’inadeguatezza della sua classe dirigente).

La politica è fatta anche, e molto, di scommesse, e di azzardi. Qualche volta vinti, e che hanno cambiato la storia. Anzi, nella sua forma più pura, è precisamente questo: scommessa radicale, tra alternative secche di trasformazione della società. O si vince, o si perde. La sensazione tuttavia è che l’azzardo leghista di oggi si trasformerà in una sconfitta bruciante. Per molte ragioni.

La prima è che il consenso alla Lega, tra scandali e familismi amorali (ma anche per un giudizio squisitamente politico sulla sua precedente esperienza di governo), è in calo: il suo ciclo appare in discesa, e la sua fase storica, la sua occasione, sembra in fondo tramontata. La sensazione diffusa non è tanto che possa conquistare la Lombardia: ma che, se si indicessero le elezioni regionali oggi, non riconquisterebbe nemmeno il Piemonte, e terrebbe a fatica il Veneto, più per incapacità altrui che per meriti propri.

La seconda riguarda il suo alleato obbligato. Berlusconi per la Lega non è mai stato un fine, ma un mezzo. E si è sempre illusa di eteroguidarlo: anche per la mancanza, in Forza Italia prima e nel PDL poi, di un progetto condiviso, e nel suo leader di una capacità di distinzione tra strategia, vaga e spesso solo dichiarata, e tattica, che in molte situazione ha di fatto esaurito la capacità progettuale di un partito che, del resto, non è mai diventato tale, e che oggi infatti si sta sfaldando in molti rivoli di dubbia fortuna. La Lega invece un progetto forte, ideologico in senso proprio, l’ha sempre avuto, anche se anch’essa ha ceduto troppo spesso alle tentazioni della tattica, di cui il suo precedente leader, Bossi, era maestro.

Maroni ha scelto invece una strategia tutta politica. Che della politica pura assume la drammaticità. Puntare a un obiettivo forte, giocando al rialzo, in una logica tra alternative diverse: in cui o si vince tutto (se vincesse in Lombardia niente sarebbe più come prima, nel paesaggio politico nazionale, e la Lega conterebbe enormemente di più delle sue percentuali di consenso), o si perde quasi tutto. E ne è consapevole. Il problema è che il rapporto tra mezzi e fini non è senza conseguenze e senza significato. E che l’alleanza con Berlusconi non può essere ridotta a mezzo. Sposarlo, politicamente parlando, significa sposarne gli obiettivi tattici: un errore che la Lega ha già fatto, votando tutte le peggiori leggi ad personam nella speranza di raggiungere l’obiettivo del federalismo. Così non è stato. E così rischia di non essere nemmeno questa volta.

Maroni e l’ultimo azzardo leghista, in “Piccolo Trieste”, 9 gennaio 2013, p.1 (anche La macroregione azzardo di Maroni, in “Messaggero Veneto”, 9 gennaio 2013, p.1 e Macroregione, scommessa della Lega, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, 9 gennaio 2013, p. 1)

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