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Politica estera italiana e guerra in Mali

Scontro di civiltà? In Mali non c’è (per ora)

23 gennaio 2013

La crisi in Mali si è affacciata da poco sui giornali e già si teme il pericolo di escalation. È successo con l’attacco e il successivo blitz delle forze speciali algerine nel sito di estrazione di gas di In Amenas, che ha portato all’uccisione, stando al bilancio provvisorio comunicato dal governo, di almeno 38 ostaggi di varie nazionalità e di 29 terroristi islamici appartenenti a un commando jihadista”. Come fare in futuro a leggere anticipatamente e a evitare questi conflitti? Soprattutto, come impedire che si trasformino in nuove occasioni di scontro tra civiltà e religioni? Rivolgiamo questa domanda a Stefano Allievi, sociologo e studioso dell’Islam e dei fenomeni migratori, docente all’Università di Padova.

Professor Allievi, perché proprio il Mali?

Si tratta di un paese povero, con un governo debole e un territorio difficilmente controllabile; in più in esso sono presenti gruppi che hanno familiarità con la guerriglia e l’uso delle armi. Il problema principale è rappresentato dal rischio della saldatura tra bande neo-qaediste, in parte provenienti dai paesi vicini, e altri elementi tradizionalmente presenti in quello scenario, come i Tuareg.

Qual’è la posta in gioco? Il pericolo del terrorismo copre in realtà mire neocolonialiste?

Il terrorismo c’è, ma è noto che questo argomento si presta ad essere strumentalizzato, come è successo in Afghanistan e in Iraq. Storicamente c’è poi un interesse francese  per quelle aree, ricche anche di materie prime. La Francia è l’unico paese europeo a mantenere ancora una presenza militare in Africa, come la base di N’Djamena (Ciad), da cui sono partiti i primi raid aerei. Infine è interessante notare il paradosso politico di un governo socialista che interviene in Africa, ma viene accusato di neocolonialismo dall’opposizione di destra. Dominique de Villepin, già capo del governo con Chirac, ha usato a questo riguardo delle parole molto dure.

Le sembra che i media stiano trattando a sufficienza quello che sta avvenendo in Africa occidentale?

Oggi se ne parla sicuramente di più rispetto ai primi giorni, il problema è però che l’attenzione della stampa ha senso quando non è episodica. L’instabilità di quell’area, in particolare del Mali, è nota da tempo [è dell’inizio dell’anno scorso l’ultimo di una lunga serie di colpi di stato, ndr]. Si ha invece l’impressione che nella politica estera, in particolare in Italia, si arrivi agli eventi sempre impreparati: un po’ come se ci si preoccupasse dei figli solo quando si mettono nei guai.

Quali sono le ragioni di questa “distrazione”?

C’è nella classe dirigente italiana un provincialismo diffuso: è ad esempio abbastanza singolare la disattenzione verso il Mediterraneo, con l’assoluta incapacità di leggere quanto è accaduto con le ‘primavere arabe’. Ma il problema è generale: in tutta la storia repubblicana mi pare che la politica estera sia stata spesso percepita come un mero riflesso di quella interna. I presidenti della repubblica e del consiglio italiani in visita negli Usa, scrive ad esempio Henry Kissinger nei suoi diari, sembravano raggiungere il loro obiettivo scendendo la scaletta dell’aereo, dopodiché non avevano più nulla da dire. Dopo De Gasperi forse solo Andreotti, e per certi versi Craxi, hanno avuto una visione del ruolo strategico dell’Italia, per quanto discutibile negli obiettivi e negli strumenti.

Cosa manca all’Italia nella gestione dei conflitti internazionali?

La comprensione e il raccordo delle varie dimensioni della politica internazionale:  l’aspetto economico, militare, strategico, ma anche religioso e culturale. In molti paesi emergenti, anche islamici, si stanno formando centri studi molto efficienti, che formano sia le gerarchie militari che i quadri dell’alta burocrazia. Da noi i ministeri raramente collaborano tra loro, inoltre i migliori studiosi, soprattutto quelli giovani, sono spesso costretti ad andare all’estero. La politica della conoscenza, così come i rapporti con le élites dei paesi emergenti – in particolare attraverso programmi internazionali di studio e di scambio –  da noi vengono sempre messi da parte. Un esempio: l’Istituto per l’Oriente, fondato nel 1921, è stato uno dei fulcri della grande scuola orientalista italiana, stimata anche all’estero. Oggi sta morendo, a causa dei tagli al bilancio.

È possibile che il nuovo conflitto riattizzi il conflitto tra Occidente e Islam?

Credo meno che nel recente passato: rispetto al Medio Oriente l’importanza strategica dei paesi oggi coinvolti è diversa, come è diverso il quadro generale. Il paradigma dello ‘scontro di civiltà’, che ha deciso la politica americana durante la presidenza Bush, è stato abbandonato sia dall’amministrazione di Obama che da buona parte dell’Islam. Oggi trovo una sensibilità e una maturità maggiore sia nell’opinione pubblica musulmana che in quella occidentale: anche molti musulmani sono consapevoli dei rischi dell’affermarsi del qaedismo. Il problema semmai è quello dell’efficacia dello strumento militare, ed è proprio su questo che oggi si volge il dibattito pubblico in Francia.

Cosa si può fare concretamente per mantenere e rafforzare il dialogo?

Scommettere ad esempio sui migranti e sulle élites che vengono a formarsi in Europa, assieme ad altre realtà come le Ong e i rappresentanti moderati delle religioni. Altri paesi da tempo usano le capacità e l’esperienza delle persone immigrate nei rapporti con i paesi d’origine: sono ‘antenne’ e risorse non solo per la politica estera, ma anche per quella economica e commerciale. Anche su questo in Italia pare esserci un disinteresse generale; eppure non mancano legami culturali e politici anche importanti: basti pensare che un parlamentare maliano, Demba Traoré, è stato presidente del Partito Radicale Transnazionale, oppure che un giovane tunisino che ha studiato anche a Padova, Osama al Saghir, è oggi giornalista di Al Jazeera e deputato all’assemblea costituente tunisina. Però chi lo sa, e soprattutto chi ne parla, chi utilizza queste risorse informative?

Daniele Mont D’Arpizio

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