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Un paese fuori dal mondo: campagna elettorale e politica estera

C’è un modo atipico di accostarsi a questa campagna elettorale, che è molto istruttivo. Ed è quello di guardare, invece che ai personalismi e ai posizionamenti tattici di questo o di quello, ai contenuti: a quello che c’è, di cui si parla, e soprattutto a quello che non c’è, di cui non si parla.

Tra le assenze, la prima che balza all’occhio è quella della politica estera, e diremmo del mondo. Per limitarci alle notizie di questi giorni, in Siria c’è un genocidio in corso che ha già fatto ottantamila morti: molti più di quelli che sono serviti come scusa per entrare – anche noi, l’Italia – in Libia. E come andrà a finire è cruciale per la risoluzione del pluridecennale conflitto in Medio Oriente e dei futuri equilibri dell’area, che strategicamente molto ci riguardano. In Mali si sta giocando – con l’intervento diretto di un paese europeo – una partita di rilievo per i futuri equilibri dell’Africa. Negli Stati Uniti vi è una drammatica discussione sul bilancio. In Francia un grande confronto sui diritti civili. La Cina è sempre lì. E si potrebbe continuare. Ma non una parola è spesa su questo nei discorsi politici di oggi.

Si riconferma una costante della politica italiana: il suo provincialismo, il pensare che il futuro dell’Italia si giochi solo in Italia, e che quindi i tatticismi della politica nostrana bastino per conquistare e gestire il paese. Purtroppo non è così. Il mondo era già internazionalizzato ieri, ed è globalizzato oggi. La finanza si muove a livello globale e in tempi rapidi, l’economia pure, la tecnologia anche, gli individui persino. Denaro, merci, informazioni e persone hanno una rapidità di movimento, e una interpretazione completamente diversa dei confini, che la politica fa fatica a seguire. Un problema che non è solo italiano. Ma che in Italia assume una configurazione particolare nel disinteresse per questa complessità, nella difficoltà di comprenderla, che la politica mostra e perfino ostenta (basta vedere quanti politici sono ancora incapaci di pronunciare una parola in un inglese comprensibile…).

C’è un tema che fa eccezione: l’Europa. Ma più evocata – come uno spauracchio o come un’ultima spiaggia – che conosciuta, più citata che frequentata. Quell’Europa che pure ha avuto un ruolo decisivo nella caduta del precedente governo Berlusconi, e nel sostegno all’alternativa Monti. C’è un pezzo di mondo politico che almeno di essa ha capito l’importanza. Il centro montiano, ovviamente: per averla Monti frequentata a lungo e in ruoli importanti di governo europeo, e per conoscenza diretta del suo peso e della sua influenza da parte di molte persone raccolte nelle sue liste. L’area riformista che si riconosce nel Partito Democratico: che del resto ha espresso in passato, con Prodi, il presidente della Commissione europea, e con Bersani oggi manda segnali di legittimazione espliciti alle istituzioni e ai mercati europei. Molto meno il Pdl e la sua leadership, diviso tra i fautori e i nemici dell’Euro, e spesso tentato dalla polemica anti-europea e anti-tedesca a scopo demagogico: un classico modo di salvarsi dai guai interni accusando i nemici lontani, che tanto ha fatto per minare la credibilità italiana in Europa e nel mondo. Per gli altri, l’Europa è la fonte di tutti i mali: per un pezzo di sinistra radicale (che in essa vede l’incarnazione dei poteri forti e del servilismo alla finanza globale), ma anche di destra culturale (si pensi alle pulsioni antieuropee della Lega, della Destra di Storace, di Magdi Allam e di molti altri), fino all’astio antieuropeo di Grillo.

Va detto però che c’è un pezzo di mondo – di italiani – che invece ai processi globali ci vive in mezzo, ne conosce le implicazioni, ne valuta con attenzione il peso, e ne immagina anche le possibilità di riforma. Un pezzo di mondo che sta nelle istituzioni globali (da quelle economiche a quelle scientifiche fino al mondo del volontariato internazionale), tra gli attori della globalizzazione (dalle imprese alla ricerca), e tra i suoi lettori critici: l’ambientalismo più consapevole, un po’ di osservatori delle dinamiche globali di base come di vertice, gli studiosi abituati al lavoro in equipe internazionali, un pezzo di mondo dell’informazione, ma anche una quota di chi lavora nelle imprese transnazionali più aperte, e persino delle religioni, a loro volta anch’esse soggetti globali. Si tratta di un mondo che fa un prezioso lavoro di analisi, ma che tuttavia raramente riesce ad arrivare nei luoghi dove si prendono le decisioni, che sono ancora, troppo spesso, ambiti nazionali, provinciali per cultura prima che per ragione sociale. Un mondo ancora pre-politico, che fatica a trovare sbocchi, o anche solo orecchie attente, in politica. I discorsi espressi dai partiti ne sono purtroppo la dimostrazione.

Un paese fuori del mondo, in “Messaggero Veneto”, 17 gennaio 2013, p.1 (anche come L’Italia che è fuori dal mondo, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, 17 gennaio 2013, p.1)

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