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Al di là di chi ha vinto e di chi ha perso: il senso profondo di queste elezioni

La chiave interpretativa complessiva di queste elezioni non è stata l’entusiasmo, unito al desiderio di cambiamento. Nemmeno gli elettori di Grillo, il vero vincitore di questa tornata elettorale, erano entusiasti, al momento di votare, anche se vogliono cambiare le cose. No, la chiave interpretativa  più forte è stata la diffidenza, unita a una certa dose di rassegnazione. Diffidenza nel sistema: in generale, non solo nei suoi organismi (i partiti) e nei suoi rappresentanti (i politici). E rassegnazione: che, tanto, un governo, stabile o meno, non cambia poi un granché. Un po’ perché si sa che, chiunque vada al governo, dovrà fare alcune cose necessarie e sgradevoli, ma comunque obbligate. E un po’ perché si sa che, chiunque vada al governo, dovrebbe farne alcune altre necessarie e improcrastinabili, e alla fine utili e gradevoli (cambiare sistema elettorale, riformare la politica, razionalizzare la spesa, migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione, orientare diversamente produzione e consumi, modernizzare le istituzioni, migliorare il rapporto tra istituzioni e cittadini, ridurre la pressione e l’oppressione fiscale, ecc.: insomma, produrre innovazione), ma si è assai poco convinti che sia davvero capace di farle, o nelle condizioni per farle. Testimoniano di queste sensazioni diffuse l’aumento dell’astensionismo (che, se non è esploso, dobbiamo ringraziare Grillo), il numero degli indecisi fino all’ultimo, mai così ampio, la stessa frammentazione del voto, che ha dato il colpo di grazia al mai decollato bipolarismo all’italiana, oggi diventato un precario tripolarismo atipico (in cui in mezzo tra la destra e la sinistra non c’è il centro, ma qualcosa di diverso e ancora largamente indecifrabile), ma anche le discussioni intercettabili fino a ieri tra gli elettori, nel mondo reale e in quello virtuale di internet, e in fondo anche all’interno del ceto politico che si combatteva nell’arena elettorale.

Resta, non colmata, la sensazione di un profondo scollamento tra il paese reale e i suoi drammi, e un paese legale, politico, partitico, fortemente inadeguato a comprenderlo, e ancor più a guidarlo fuori dalle difficoltà in cui si trova. Una sensazione condivisa a tutte le latitudini politiche, e che ci mostra quanto l’aria che tira nel paese sia cambiata. Oggi sia l’elettore di Bersani che quello di Grillo, quello di Monti e quello di Berlusconi, quello di chi ha vinto e quello di chi ha perso le elezioni, e a maggior ragione quello che non va più a votare (sparito provvisoriamente dal dibattito, ma che continua a rappresentare la principale tendenza elettorale di lungo periodo del paese), vivono e condividono un’atmosfera e una sensazione molto più di quanto la loro scelta partitica ed elettorale li divida. Tutti, o quasi tutti, sentono una estraneità talvolta feroce nei confronti del mondo politico e istituzionale che li rappresenta. Tutti, o quasi tutti sentono, più ancora che pensare, che la Seconda Repubblica è finita, e che chiunque vinca ha il dovere di traghettarci verso la Terza, o un altro mondo, quale che sia. Che dobbiamo ricostruire dalle macerie un paese che, più che diviso politicamente, si sente prostrato civilmente, umiliato moralmente, maltrattato istituzionalmente, con un rapporto sbilanciato tra diritti e doveri, in cui la sudditanza prevale sulla cittadinanza, oltre che economicamente in gravissima difficoltà, con l’acqua alla gola e senza vie d’uscite tangibili all’orizzonte. Insomma, anche se hanno votato per i partiti che hanno vinto, gli elettori non hanno la sensazione di avere vinto davvero, di avere vinto loro. E saranno per questo, probabilmente, ancora più esigenti.

Certo, l’elettorato si è diviso, come ovvio e giusto, in democrazia: ma più che sulle strategie per uscire dalla crisi, sul soggetto politico e le persone cui chiede rappresentanza. Ed è comunque unito nella sensazione che ai partiti, vecchi o nuovi che siano, ci si debba affidare con cautela, memori delle promesse non mantenute e delle illusioni prestissimo deluse del passato. E’ significativo che, al di là del quadro militante, si sentano così sia coloro che hanno cambiato voto, sia coloro che hanno votato come prima, come sempre: persino quelli che di un partito sono simpatizzanti, o iscritti. Tutti, in fondo, siamo stati scottati da troppe esperienze precedenti. E sia che ci affidiamo a chi conosciamo anche troppo bene, sia se abbiamo deciso di affidarci a chi non conosciamo ancora, manteniamo comunque una certa distanza critica, una certa cautela. Anche se abbiamo affollato le piazze, se abbiamo ascoltato attentamente le trasmissioni di informazione, se abbiamo partecipato alle discussioni in rete o con gli amici al bar, siamo disincantati, malfidenti, perplessi. E abbiamo molte ottime ragioni per esserlo.

Forse è un bene. Forse è un segno di laicizzazione della politica, di sua secolarizzazione, di sua de-ideologizzazione: che arriva, peraltro, con discreto ritardo rispetto a quanto già avvenuto nella società. Ma è anche un segnale di pessimismo, di disinvestimento sul futuro, che rischia di essere letale per un senso di appartenenza collettivo già storicamente debole e precario. E’ questo sentimento popolare che dovranno meditare attentamente, i rappresentanti del governo a venire: è questa tendenza che dovranno cercare di invertire, per trasformare questo malessere civile in forza per ricostruire. E non sarà un compito facile.

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