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Elezioni: la posta in gioco nel Veneto

Anche se voteremo per le politiche, e non per le regionali, queste elezioni segnano per il Veneto la fine di un ciclo.

Prendiamola alla lontana. Il Veneto si è identificato, per una lunga stagione, con la Democrazia Cristiana. Ma questa si accontentava di rappresentarlo, cioè di trasferirne le istanze a Roma, senza pretese di cambiarlo. Poi è stata la volta dell’onda verde leghista: che, pescando dal medesimo elettorato, voleva cambiare il Veneto, e i rapporti di forza con Roma, con pretese più incisive di trasformazione, non solo di rappresentanza territoriale e di interessi. Non avendo la forza politica per farlo da sola, l’ha fatto in società con Forza Italia prima e il PDL poi. Ma il tentativo non è riuscito: questa pretesa di cambiamento, travestita da interpretazione autentica di un’identità, non ha cambiato molto, in verità, di sostanziale. Queste elezioni sanciranno la resa dei conti dell’elettorato con chi l’ha rappresentato, e la fine del condominio PDL-Lega: che a livello regionale continuerà ad agire, ma con un’effettività largamente ridotta, fino a che le prossime elezioni regionali lo sanzioneranno definitivamente.

Questo non significa che un Veneto tradizionalmente conservatore sia passato alla sinistra. Il Partito Democratico spera in un’affermazione positiva che in Veneto avrebbe un significato storico, e i suoi dirigenti già sognano il sorpasso: ma la cosa, stando ai sondaggi, è tutt’altro che sicura. E in realtà lo scenario più probabile è che non vinca nessuno. E’ certo infatti che avranno ottimi risultati anche Grillo, Monti, e pure Giannino, che in quest’area – almeno fino a prima dei recenti infortuni del capolista – nel tessuto dei piccoli imprenditori e delle partite iva era accreditato, come Monti, di un successo superiore alla media nazionale.

Comunque vada a finire, quello che si prospetta è un quadro di frammentazione, ma anche di scollamento rispetto al dato del voto sia politico del 2008 che regionale: il primo aveva sancito la sostanziale parità tra Lega e PDL, il secondo la netta dominanza della Lega sul piano dei numeri e della visibilità. Il Veneto che sarà rappresentato in parlamento sarà dunque molto diverso dal Veneto come si è rappresentato fino ad ora. La discontinuità è netta: ma non è chiaro in che direzione si muoverà. Sarà diverso dal passato: senza tuttavia mostrare verso quale futuro si dirige.

Forse quello che è accaduto potremmo sintetizzarlo con un’immagine presa in prestito dalla psicoanalisi: non c’è stata l’uccisione del padre, la sostituzione di un’élite politica con un’altra. Quando la DC venne uccisa dal ‘forzaleghismo’, e da questo sostituita, pescando nel medesimo humus, questo avvenne: un intero partito, e un’intera classe dirigente, vennero spazzati via da un nuovo partito e da una nuova classe dirigente, in maniera esplicita, dopo una lotta dichiarata. Il conflitto era stato aperto, e il nuovo aveva sostituito il vecchio: l’uccisione del padre, appunto. Oggi non è più così. Il padre non è stato ucciso: è imploso. Il PDL è caduto sulle macerie di un potere costruito in maniera personalistica, spesso opaca. Del lungo e ambiziosissimo regno di Galan – che amava farsi chiamare ‘il Doge’, mentre il libro-intervista che costituisce la sua autobiografia politica si intitola, modestamente, “Il Nordest sono io” – non è rimasto nulla: e oggi il Doge non è in grado di far eleggere nemmeno i suoi seguaci più stretti, mentre il partito è ridotto a una guerra per bande feudale in senso letterale, tutta basata come è su legami personali e di clan, senza alcun contenuto politico reale. E la Lega veneta è costretta a puntare sul successo dell’amico rivale lombardo, più che su se stessa, per sperare di durare. Se Maroni vincesse in Lombardia, rafforzerebbe infatti enormemente anche Zaia: se perdesse, la Lega veneta uscirebbe anch’essa fortemente indebolita da questa recente stagione politica, implosa negli scandali e nell’insipienza.

Ecco perché il Veneto oggi appare politicamente orfano. Sono rimasti solo i frammenti di un puzzle difficile da ricostruire, di cui nessuno ha in mente l’immagine generale. Non è solo una crisi di rappresentanza: è una crisi di immagine e di coscienza di sé. Che conduce a un’irrilevanza sostanziale. Il peso scarsissimo del Veneto sulla politica nazionale lo mostra plasticamente.

La posta in gioco nel Veneto, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, 22 febbraio 2013, p.1

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