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I messaggi in bottiglia dei suicidi

Un suicidio al giorno. La tragedia è che lo sappiamo, ma abbiamo finito per accettare queste morti come ineluttabili. Non solo quelle di ieri: anche quelle di domani. Che inevitabilmente ci saranno, perché sono frutto di scelte politiche ed economiche, e conseguenza di processi sociali, cui non stiamo cercando risposta.

Ce lo dicono le biografie stesse dei suicidi. E i loro messaggi nella bottiglia: così drammatici, perché sanciscono l’atto finale, pubblico, della loro esistenza. Basta guardare agli ultimi, di questo lungo stillicidio. Un operaio edile da troppo tempo disoccupato a Trapani, impegnato anche nel sindacato, nella denuncia delle infiltrazioni mafiose nei cantieri, ha lasciato un biglietto infilato nella Costituzione – che nel suo primo articolo definisce l’Italia “una Repubblica fondata sul lavoro” – con queste parole: “Se non lavoro non ho dignità. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione”. Un piccolo imprenditore di Milano che si è ucciso nel suo ufficio, lasciando scritto di sé: “Sono un fallito”. Un altro, per ora – solo per ora – l’ultimo, a Vigonza, vicino a Padova, anch’egli suicida all’interno della sua azienda, a quel capannone che era il segno del suo successo, ma che nella parabola discendente della crisi l’aveva costretto a mettere in cassa integrazione i suoi operai e a chiudere: “Non ce la faccio più”.

Si tratta di uomini, quasi sempre. Anche questo ci dice qualcosa. Sul modello tradizionale di famiglia: sul fatto che il lavoro e l’impresa sono, in Italia, ancora per lo più declinati al maschile. E che la responsabilità di portare un reddito a casa – e la sensazione di fallimento nel non riuscirci – sono ancora essenzialmente vissute come cosa da uomini. Ma anche sul fatto che la propria realizzazione anche umana, non solo professionale, è legata al lavoro, e senza di esso la disperazione e il fallimento, anche come sanzione sociale e pubblica, sono più evidenti. E poi, certo, c’è una qualificazione di genere nel rapporto con la vita, con la famiglia, con il lavoro stesso, che fa sì che le donne, anche a parità di condizioni, si suicidino meno, e semmai si suicidino per altre ragioni.

Si tratta di persone impegnate, attive. Brave, spesso, nel loro lavoro. Che proprio per questo si vivono come innocenti traditi. Come gli imprenditori suicidatisi non per i debiti, ma per i crediti diventati inesigibili, magari da parte della pubblica amministrazione, che paradossalmente erano il segno del loro successo, non del loro fallimento, della loro capacità e bravura imprenditoriale, non riconosciute, e infine frustrate, colpite a tradimento. Non più in grado di onorare i propri impegni – verso i propri creditori, i propri lavoratori, la propria famiglia – pur essendo persone d’onore.

Sono, queste, tutte morti bianche. Morti sociali, anche. Spesso il segnale che una socialità e un tessuto di relazioni forte non c’è, non esiste più. I molti imprenditori suicidatisi in Veneto in questi anni denunciano anche questo: un indebolirsi delle reti di solidarietà, dei rapporti di relazione. Un non saper che fare, a chi rivolgersi, dove sbattere la testa, nella difficoltà. Un’incapacità ad aprirsi, tutti chiusi come si è diventati nelle proprie famiglie e nelle proprie aziende. Che né un welfare mal funzionante e massacrato dai tagli al sociale, né le associazioni di settore e di categoria, tanto meno le banche creditrici, sono capaci di interrogare e di affrontare.

Ma il problema principe è naturalmente il lavoro. Il lavoro che non c’è più, come l’abbiamo inteso in questi ultimi decenni, e ci sarà sempre meno. Perché è diventato instabile, precario, non più duraturo. Sarà sempre più difficile, d’ora in poi, nelle nostre biografie, identificare vita e lavoro, come fossero la stessa cosa. E’ un cambiamento anche culturale non da poco. Che ci pone un problema che, prima che economico, è di fantasia sociale e di ingegneria istituzionale. Come ripartirlo, il lavoro. Come gestire le fasi di passaggio da un lavoro all’altro, e produrre la necessaria formazione. Come garantire un reddito comunque, a prescindere dalla condizione di lavoratore, a chi un lavoro, non per colpa propria, non ce l’ha. Perché di lavoro, come lo intendiamo ora, ce ne sarà sempre meno, anche quando la crisi finirà. Perché l’economia, grazie alla tecnologia, per produrre risorse, avrà comunque sempre meno bisogno di lavoro. E il problema sarà di redistribuzione delle risorse, di invenzione di nuove modalità di lavoro, di un nuovo senso da dare al medesimo, di costruzione di nuovi modi di fare e di essere società. Insieme, questi temi costituiscono il principale problema delle società occidentali, non solo delle loro economie. Eppure non ne sentirete parlare, in campagna elettorale. Tutto fa notizia: tranne come cambia, nel profondo, la società.

I messaggi in bottiglia dei suicidi, “Messaggero Veneto”, 14 febbraio 2013, p.1 (anche “Gazzetta di Reggio”, 15 febbraio)

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