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La grandezza di un gesto ‘normale’: le dimissioni di Benedetto XVI

Non sarà il “gran rifiuto” di Celestino V. Ma le dimissioni di Benedetto XVI da Papa, le caratteristiche della notizia che passerà alla storia ce le ha tutte.

Non è abito usuale, quello di dimettersi, nella Chiesa cattolica. I precedenti sono rari. Dal sommo pontefice all’ultimo dei preti: si può cambiare, o meglio essere cambiati di mansione, ma il dimettersi è sempre caso eccezionale, non contemplato, accettato, subìto, ma non incoraggiato.

Eppure il gesto di Ratzinger, proprio perché inusuale anche se non del tutto inatteso – voci in proposito erano circolate già lo scorso anno – ha una portata innovativa e riformista che non aveva avuto il suo papato. E che solo la fiction del film di Nanni Moretti, Habemus papam, aveva potuto immaginare. Il Papa si sente impari alla fatica, fisicamente inadatto allo sforzo, psicologicamente non in grado di sostenere il ruolo, forse anche moralmente provato dalle difficoltà e dagli scandali che ha dovuto affrontare nel suo papato (dalla pedofilia, allo Ior, alle missive del ‘corvo’ e ai documenti trafugati e resi pubblici, che l’hanno anche lambito da vicino), e compie un gesto così umano e così laico – così incredibilmente ‘normale’ – da essere impensabile per i rituali vaticani: se ne va, si dimette.

Si tratta di un gesto che umanizza la stessa Chiesa, più tentata semmai – troppo spesso – di sacralizzarsi, oltre che la figura del Papa. E la rende, laicizzandola, una istituzione simile a tutte le altre. In cui si può entrare e da cui si può uscire. In cui si può essere chiamati a rivestire ruoli di importanza globale e storica evidente, e nello stesso tempo da cui ci si può ordinariamente dimettere.

Al di là delle implicazioni spirituali, teologiche, e soprattutto ecclesiali, sociologicamente le dimissioni di Ratzinger ci restituiscono una Chiesa profondamente cambiata e anche ridimensionata, o meglio riportata a dimensioni umane, appunto, forse al di là della stessa volontà e delle stesse intenzioni del Papa. Perché in una Chiesa in cui è finalmente possibile che il Papa, semplicemente, si dimetta, come un qualsiasi dirigente, sarà anche possibile, un domani, ripensare, umanamente e laicamente, le modalità stesse di elezione del Papa e di nomina dei vescovi, il loro ruolo, introdurre magari l’idea dell’opportunità del ricambio, del limite ai mandati da esercitare – e non solo dei limiti d’età, peraltro molto alta, attualmente previsti – accettando che un limite, umano e non divino (fisico, innanzitutto), c’è: e se l’ha fatto il Papa, diventa difficile non pensare che sempre più spesso possa accadere ai vescovi, e ai preti stessi, diventando prassi comune, accettata, magari in qualche caso suggerita e non solo autoimposta. Si sancisce, in fondo, la reversibilità di un percorso, che se non inficia di per sé il ruolo dello Spirito Santo, così spesso evocato, nelle scelte ecclesiali (e in primis proprio nell’elezione del Papa), certo ne limita temporalmente l’efficacia: una porta che, una volta aperta, sarà ricca di conseguenze, molte delle quali oggi persino imprevedibili.

Difficile, adesso, fare previsioni su chi sarà il successore di Ratzinger. Certo, ci saranno implicazioni serie. Proprio mentre la Chiesa cattolica scopriva, anche con qualche sgomento, che la maggior parte dei cattolici del mondo vive fuori dall’Occidente (in America Latina, in Asia, in Africa), Benedetto XVI, con le sue battaglie teologiche (contro il relativismo, ad esempio), ma anche, molto concretamente, con la politica delle nomine vescovili e cardinalizie, accentuava il carattere europeo della curia romana e dello stesso collegio cardinalizio che dovrà eleggere il prossimo Papa. Si ha quasi la sensazione di un ondeggiare, di un contraddirsi di tendenze, che spesso nella storia preclude a processi di rottura più che di continuità. La rottura inattesa, la prassi rivoluzionaria introdotta da un Papa altrimenti giudicato un conservatore, apre forse la porta a cambiamenti ulteriori.

La grandezza di un gesto “normale”, in Il Piccolo, 12 febbraio 2013, p.1

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