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Le nuove vittime sul lavoro

Morire di lavoro, o morire sul lavoro, a causa della disperazione da lavoro. Il drammatico tentato omicidio alla banca di Campodarsego, che aveva come obiettivo il direttore della filiale, e come perpetuatore un imprenditore, è l’altra faccia della disperazione che ha portato al suicidio, appena il giorno prima, un imprenditore di Cadoneghe.

Una violenza spesso perpetuata contro se stessi, come dimostra lo stillicidio di suicidi che ha costellato anche questi ultimi giorni. Un operaio edile da troppo tempo disoccupato a Trapani, impegnato anche nel sindacato, che ha lasciato un biglietto, significativamente infilato nella Costituzione, con queste parole: “Se non lavoro non ho dignità. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione”. Un piccolo imprenditore di Milano che si è ucciso nel suo ufficio, lasciando scritto di sé, semplicemente: “Sono un fallito”. E l’ultimo, appunto, per ora – solo per ora – anch’egli suicida all’interno del capannone della sua azienda, a Vigonza, che era il segno del suo successo, ma che costretto dalla crisi a mettere in cassa integrazione i suoi operai e a chiudere, ha lasciato un ultimo biglietto: “Non ce la faccio più”.

Ma la violenza può rivolgersi anche sugli altri, sugli interlocutori, sulle controparti, sempre più percepite come nemiche: l’abbiamo visto a Campodarsego, nei confronti di una banca, e concretamente di un suo dirigente, ma anche in altre occasioni, come negli assalti e nelle minacce agli impiegati e ai dirigenti di Equitalia. E forse c’è persino da stupirsi che non sia accaduto più spesso: che la rabbia sia stata più suicida che omicida. Non è una forma atipica di lotta di classe, di violenza sociale. Si è trattato sempre, finora, di casi individuali, non organizzati, nemmeno veramente mirati, quasi ciechi anzi, come dimostrano le loro modalità e i loro effetti: spiegabili, per quanto sono spiegabili i gesti di disperazione, con dinamiche individuali, ragioni e disragioni personali. Ma testimoniano l’emergere di un malcontento profondo e diffuso. E la somma di tanti, troppi casi individuali, finisce per trasformarsi inevitabilmente in fenoneno sociale. Che, per la sua drammaticità, e il suo progressivo estendersi, merita tutta la nostra attenzione. E può diventare anche fatto politico. Dopotutto, il tentato omicidio di Campodarsego è opera di un militante venetista, che in un ultimo messaggio su facebook, la sera prima della sua azione, invitava ad imitarlo e ad armarsi: “Forse moriremo o forse diventeremo uomini liberi”, concludendo con un “W San Marco”. E, da altra sponda politica, l’occupazione di sedi di Equitalia in Veneto e altrove è avvenuta anche da parte dei centri sociali. Mentre le banche sono tradizionale bersaglio delle manifestazioni no global. La disperazione può assumere anche connotazione politica, insomma.

Nell’uno e nell’altro caso, nella violenza contro se stessi o contro altri, si tratta di uomini, quasi sempre. Il dato non è secondario, e anch’esso ci dice qualcosa. Sul modello tradizionale di famiglia: sul fatto che il lavoro e l’impresa sono, in Italia, ancora per lo più declinati al maschile. E che la responsabilità di portare un reddito a casa – e la sensazione di fallimento nel non riuscirci – sono ancora essenzialmente vissute come cosa da uomini. Ma anche sul fatto che la propria realizzazione anche umana, non solo professionale, è legata al lavoro, e senza di esso la disperazione e il fallimento, anche come sanzione sociale e pubblica, sono più evidenti.

Si tratta di persone impegnate, attive, quasi mai rassegnate. Brave, spesso, nel loro lavoro. Che proprio per questo si vivono come innocenti traditi. Come gli imprenditori suicidatisi non per i debiti, ma per i crediti diventati inesigibili, magari da parte della pubblica amministrazione, che paradossalmente erano il segno del loro successo, non del loro fallimento, della loro capacità e bravura imprenditoriale, non riconosciute, e infine frustrate, colpite a tradimento. E come quelli che hanno rivolto la loro rabbia contro le banche o l’agenzia delle entrate: che si sentono traditi dalle istituzioni, colpiti alle spalle da uno stato nemico, vittime di interessi, di egoismi o anche solo di dinamiche distanti, tanto più grandi di loro. Sono, queste, tutte morti bianche. Non ci sono più solo gli incidenti sul lavoro, infatti. Anche questi lo sono, e sono diventati veri e propri rischi da lavoro, che nessuna polizza di assicurazioni coprirà mai. Morti sociali, anche. Spesso il segnale che una socialità e un tessuto di relazioni forte non c’è, non esiste più. I molti imprenditori suicidatisi in Veneto in questi anni denunciano anche questo: un indebolirsi delle reti di solidarietà, dei rapporti di relazione. Un non saper che fare, a chi rivolgersi, dove sbattere la testa, nella difficoltà. Un’incapacità ad aprirsi, tutti chiusi come si è diventati nelle proprie famiglie e nelle proprie aziende. Che né un welfare mal funzionante e massacrato dai tagli al sociale, né le associazioni di settore e di categoria, ma nemmeno il solidarismo cattolico e altre reti tradizionali di supporto e di relazione, sono capaci di interrogare e di affrontare. Anzi: gli altri, tanto più gli interlocutori, le controparti, le banche creditrici e lo stato in primo luogo, seppure in maniera oscura, non sono vissuti come possibile soluzione del problema, ma come parte del problema, come sua aggravante. Fino a diventare nemici e, occasionalmente e sporadicamente per ora, bersagli veri e propri. In entrambi i casi, stessa crisi di fiducia complessiva nel sistema. Stessa disperazione, in fondo. Stessa sensazione che non ci siano vie d’uscita. Stesso bollettino di guerra.

Le nuove vittime sul lavoro, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, 12 febbraio 2013, p.1

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