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L’insensato suicidio politico di Giannino

Autogol inglorioso e sorprendente per il politico Oscar Giannino, leader di ‘Fare per fermare il declino’. La vicenda del suo finto master in economia a Chicago, a pochi giorni dalle elezioni, rischia di essere, oltre che una catastrofe in termini di immagine personale, un danno elettorale non irrilevante. Anche in un paese che dimentica in fretta e digerisce di tutto come il nostro. Qui, più che il moralismo, occorre la psicologia. Perché è un caso da manuale di suicidio politico. Chi gliel’ha fatto fare? Che se ne faceva Oscar Giannino, già noto di suo come giornalista economico, fustigatore di costumi e brillante oratore, di un qualche titolo accademico taroccato? Non ne aveva bisogno. Se avesse detto che era un autodidatta la stima per lui sarebbe aumentata, non diminuita: ora, con questa storia del millantato titolo, ha perso molta della sua credibilità, come inevitabile. E suona incomprensibile. O spiegabile solo con una mentalità piccolo borghese, molto provinciale e molto italiana: la stessa che spinge molti, in un paese dove tutti sono chiamati dottori, a infarcire di titoli e abbreviazioni il proprio biglietto da visita, a inventarsi alberi genealogici taroccati o improbabili titoli nobiliari, a farsi chiamare onorevole e presidente anche quando non lo si è più, o magari preferire il titolo, vagamente ridicolo per chi non è aduso montare a cavallo, di ‘cavaliere’.

Il caso finirà per danneggiare anche l’operazione politica che Giannino ha fatto nascere e guidato? Forse sì. Perché la sua proposta politica è fittamente intrecciata con la denuncia della menzogna politica, della sua falsità, delle sue parole a vuoto. L’obiettivo di Giannino – ambizioso – è quello di portare via voti alla destra del malaffare, populista, statalista nei comportamenti anche quando federalista per ispirazione, drenando un po’ di consensi anche tra quelli che nel mondo anglosassone sono i liberal che si collocano a sinistra sul piano dei diritti, per costruire una forza politica di opinione moderna e coerentemente liberale nei suoi principi ispiratori. Trasformare insomma una parte almeno della vecchia destra in una destra modernizzatrice al passo con i tempi, pescando nel suo stesso bacino elettorale, di piccola impresa e di lavoro autonomo, di cui Giannino si è sempre erto a portavoce. Un’operazione che potrebbe essere utile, in un disegno riformista complessivo del paese, anche alla sinistra liberal, come alleanza spendibile, almeno su alcuni temi. Non a caso alcuni dei collaboratori di Giannino, a cominciare dall’economista Luigi Zingales che poi ha denunciato il caso dimettendosi, erano vicini all’area liberal del PD e collaboratori di Renzi. Certo, l’operazione e la scommessa politica che ha promosso potrà sopravvivergli: ma è chiaro che, a meno di un bagno di umiltà pubblico e plateale, pubbliche scuse e il pubblico perdono dei suoi, che lo renda di nuovo libero da peccato, lui potrà continuare ad essere l’ispiratore di questo disegno politico, e una delle sue menti, ma difficilmente il suo leader.

Certo, oggi fa effetto vedere Berlusconi, che ha fatto della menzogna e della negazione dell’evidenza una rendita politica e una specifica arte del governare, dare del bugiardo a Giannino. Ma la cosa avrà, elettoralmente, il suo effetto, in ogni caso. E ‘Fermare il declino’, partito piccolo ma accreditato di un trend ascendente, ne subirà il contraccolpo. E’ impossibile del resto passare indenni da un colpo di questo genere, in particolare se si è costruito il proprio consenso in nome della meritocrazia e della trasparenza. E pure se questo paese ci ha dato, in tema di lauree false, casi eclatanti ed esilaranti: il più noto dei quali è rappresentato da una vera e propria dinastia della patacca, cominciata con Bossi padre, vantatosi per un periodo di un’inesistente laurea in medicina, perfino festeggiata pubblicamente, e proseguita con Bossi figlio, l’indimenticabile Trota, diplomato a spinta e con tesina su Cattaneo forse scritta da un collega di papà, che si è comprato un’improbabile laurea in Albania a spese della Lega.

Del resto, Giannino si è ispirato molte volte alla probità e all’onestà della Germania: dove due ministri si sono già dimessi non per aver mentito sul proprio titolo, ma per aver copiato parte della propria tesi. Forse il suo peccato è veniale, in un paese come il nostro, con i livelli di corruzione che abbiamo, non solo nel ceto politico. Ma forse non tanto, se questo paese lo si vuole cambiare.

Il suicidio politico di Giannino, in “Messaggero Veneto”, 20 febbraio 2013, p.1 (anche Autogol inglorioso di Giannino, “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, 20 febbraio 2013, p.1)

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