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Una generazione senza

I dati Istat sulla disoccupazione (11,2%, ma 36,6% quella giovanile) sono già di per sé un colpo durissimo. Se accoppiati a quelli sull’università (meno 17% gli iscritti all’università negli ultimi 10 anni), pubblicati appena il giorno prima, costituiscono un uno-due micidiale, capace di mandare al tappeto qualsiasi pugile: specie se il pugile in questione sono i giovani, e la loro condizione è già provata da anni di incertezza e di dimagrimento.

Questi due dati, insieme, ci consegnano la chiave di lettura di un paese senza: senza speranza, senza futuro. La speranza è quello che vorremmo per il domani. Il futuro è quello che accadrà. Nei periodi storici in cui la distanza tra l’una e l’altro si fa troppo forte, non si produce solo frustrazione, crisi, depressione. In una società sana, si producono anche gli anticorpi necessari per fare in modo che la speranza ricominci a riavvicinarsi al futuro, che siano congruenti: che vadano, almeno, nella stessa direzione, seppure situandosi a livelli diversi. L’anticorpo principale si chiama cambiamento. Se le cose non vanno come vorremmo, cerchiamo di farcele andare.

Il segno della gravità della crisi italiana sta proprio qui. Che la situazione è drammatica. Che il futuro si prospetta sempre più difficile. Che la speranza si affievolisce e i sogni diminuiscono di intensità. E tuttavia gli anticorpi non agiscono ancora, o troppo poco. Non all’interno, almeno. Non è un caso che i due settori che vanno meglio, oggi, e che indicano un trend reattivo, abbiano a che fare con la dislocazione della speranza. Si spera ancora, sì, ma si colloca la sua realizzazione altrove: all’estero, per la precisione. Ed ecco che l’economia che va bene, che reagisce, che cresce, che innova, che propone modelli di azione positivi, virtuosi, e che di fatto tiene in piedi la speranza del paese di farcela, è quella che esporta. E i giovani che nonostante la crisi reagiscono, e vogliono trasformare in realtà i propri sogni, e ci riescono, sono quelli  che vanno all’estero: i giovani talenti, i cervelli in fuga. Solo una parte di quelli che restano reagisce, provando a “cambiare il paese per non dover cambiare paese”, come recita il motto di un’associazione giovanile che si colloca in questo orizzonte. Ma sono speranze che quando anche diventano azione, fanno fatica a diventare progetto: dove per progetto si intende un disegno collettivo di cambiamento, capace di incidere sulle istituzioni, sulle loro inerzie, così poco atte a produrre cambiamento, e incapaci persino di subirlo.

Questo è, dovrebbe essere, il mestiere della politica. Ma la politica tutto questo non lo interpreta, e nemmeno lo rende visibile. Basta osservare questa mesta campagna elettorale, nei suoi interlocutori vecchi e nuovi (anagraficamente e per anzianità politica, peraltro, più vecchi che nuovi). Che nel proprio ossessivo guardarsi l’ombelico, utilizzando vieti stratagemmi e battute datate, nemmeno si accorgono di quel che sente il paese, del polso soprattutto della sua componente giovanile: quella maggiormente disponibile alla visione, al sogno, alla speranza, e capace di mobilitare azione ed energia in direzione del cambiamento. Lei, che dovrebbe essere il motore, e soprattutto il cervello e la spinta motivazionale del cambiamento, gira a vuoto.

E finisce che la speranza di cambiare il futuro si affida a un meccanismo più ordinario e popolare di dislocazione della speranza: la sorte, l’azzardo, il gratta e vinci, la lotteria, la fortuna nel senso più tradizionale del termine. Non a caso un altro settore in vistosa crescita. Un’idea di speranza che non conta sull’attivazione di alcuna risorsa. Si affida agli occhi bendati della dea, nella speranza di essere il prescelto. Senza alcun rapporto con la qualità, e con il merito. A caso. Una speranza senza progetto.

S. Allievi, Generazione senza futuro e speranze, 4 febbraio 2013, p. 1, (“Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere della Alpi”)

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