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Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


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Chi rappresentano i partiti. E perché è tutto cambiato

E’ finita la seconda repubblica. E forse qualcosa di più: è finita una prima lunga fase della storia repubblicana italiana. Siamo a una svolta: non solo della politica, ma del modo di intenderla (di farla, è ancora presto per giudicare). Non sono cambiati solo gli equilibri, la percentuale degli ingredienti: è cambiato l’insieme, è diventato un altro impasto. Per farla breve: non c’è stato solo un cambiamento nella società e nella politica, ma della società, che comincia a essere recepito anche dalla politica.

Il voto è sempre più mobile: il che significa che lo sarà anche in futuro (la mobilità, una volta acquisita, diventa una condizione, e per certi aspetti un destino), e andrà conquistato di volta in volta, con proposte e leader che sappiano ricostruire ogni volta il consenso. Ed è sempre più post-ideologico (per dirne una: è definitivamente morto, senza che nessuno se ne sia accorto e ne senta la mancanza, il voto cattolico). Ma soprattutto è sempre meno collegabile alle condizioni sociali, per come le abbiamo conosciute nel Novecento. Destra e sinistra sono rimasti due nomi: ma che cosa rappresentino – non concettualmente, ma sostanzialmente e socialmente – è sempre più vago. Lo dimostrano non le idee, ma il rapporto tra queste e i ceti che le supportano. Il rapporto Demos sul voto politico di febbraio, suddiviso per categorie professionali, lo mostra con grande chiarezza. Il centro-destra, che era di gran lunga il primo partito tra lavoratori autonomi e imprenditori, ha dimezzato i suoi consensi, passando da un 68% nel 2008 al 35% nel 2013: a beneficio del Movimento 5 Stelle, che prende il 40% dei consensi, mentre il centro-sinistra scende ulteriormente, riducendosi a un ininfluente 16%. Il centro-sinistra riduce drasticamente il proprio primato nella sola categoria produttiva in cui lo manteneva, quella dei tecnici, impiegati e funzionari, e scende dal 47% di rappresentatività di ‘ceto’ al 35%: cala della metà anche il centro-destra (dal 43 al 21%), a beneficio del M5S (che arriva al 27%), e del centro (dal 4 al 13%). Tra gli operai, altro terremoto: il centro-destra, largamente dominante, crolla della metà, dal 53% al 26%, il centro-sinistra cala allo stesso livello (25%) provenendo dal 39%, e si impone il M5S con il 40%.

Per farla breve. Il M5S è il primo partito tra gli operai, e tra i lavoratori autonomi e imprenditori, con distacchi molto significativi rispetto agli altri partiti; tra i liberi professionisti (con scarti di misura rispetto al centro-sinistra: 31% contro 29%); tra gli studenti (anche qui di misura: 29% a M5S, 27% a centro-sinistra, 26% a centro-destra); e, in maniera travolgente, tra i disoccupati (43%). Il centro-destra è la prima area di consenso solo tra le casalinghe (43%): lontano quindi dai ceti produttivi. Il centro-sinistra è primo solo tra i pensionati (39%): un’area tipicamente poco sensibile all’innovazione e che, un po’ crudamente, rappresenta il passato più che il futuro. E, tra le categorie produttive, solo tra tecnici, impiegati e funzionari (32%, peraltro tallonato dal M5S al 27%): il gruppo professionale complessivamente più garantito, in quanto include tutto il pubblico impiego, e meno esposto alla concorrenza e all’innovazione, che subisce negli effetti sul lavoro ma non produce (salvo una parte dei tecnici).

Di fatto il centro-destra, se non troverà altre forme e altri leader, si riduce al ruolo di partito residuale. E il centro-sinistra, se non troverà altre forme e altri leader, a area politica illusoriamente progressista ma sostanzialmente conservatrice, lontana dai luoghi dove si produce l’innovazione, incapace di capire le esigenze – e, oggi, le urgenze e la disperazione – di chi ha bisogno di efficienza e di rapidità decisionale, in breve di un altro modo di gestire lo stato, perché lotta ad armi impari nella globalizzazione.

Per il centro-sinistra, vincitore sconfitto di queste elezioni, e in particolare per il Partito Democratico, si tratta di una immersione nella realtà – per essere più chiari: di una sberla – che potrà essere salutare solo se seriamente meditata. Le contraddizioni esplodono. E’ il partito della retorica sul lavoro operaio, ma è votato dagli impiegati, e semmai dagli ex-operai oggi pensionati. E in un mondo di precariato e di instabilità, è il partito dei garantiti (impiego pubblico e, ancora, pensionati). C’è un evidente problema di ascolto non solo della pancia del paese, ma del suo cervello: soprattutto dei ceti produttivi, quelli più interessati all’innovazione, e che soli hanno la capacità di produrla, poco presenti nel suo elettorato e nel suo ceto politico (non a caso non riesce ad interessare, non diciamo a sedurre, il Nord). La sfida se la gioca lì. O si sintonizza con rapidità (il che vuol dire con un altro modo di lavorare, con un altro linguaggio e con altre persone), o si ridurrà all’irrilevanza: se non numerica, propositiva. E resterà un partito di buoni amministratori locali (per ora), senza un vero ruolo di guida nel cambiamento a livello nazionale.

La politica della nuova società, in “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere della Alpi”, 12 marzo 2013, p.1

La società è cambiata, la politica no, in “Messaggero Veneto”, 12 marzo, p.1

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