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Crisi politica e crisi istituzionale: perché non se ne esce

Le plateali e irrituali dimissioni del ministro Terzi, e la polemica parlamentare che ne è seguita, sono il sintomo di una malattia ben più grave, che ci mostra, insieme ad altri elementi, e al di là della vicenda che le ha prodotte, perché quella attuale non è solo una crisi politica, ma una crisi istituzionale: come tale, molto più difficile da risolvere.

Si tratta di una costante dell’ultimo ventennio, che per certi aspetti viene da molto più lontano: dalla storia italiana, non solo da quella repubblicana. Il fatto che la destra (la destra di potere, almeno), in Italia, a differenza di quanto avviene in altri paesi, abbia uno scarsissimo senso delle istituzioni, del loro rispetto, e sia la sinistra a dover cercare di supplire a questo deficit. Di solito è il contrario: la destra difende – conserva – le istituzioni; la sinistra, tradizionalmente, cerca di riformarle, talvolta perseguendo il rovesciamento del sistema. In Italia non è mai stato così. Il compito di salvaguardare le istituzioni, almeno dai tempi del compromesso storico in avanti, se lo è assunto maggiormente la sinistra insieme al centro parlamentare: con molte contraddizioni, e pagando il prezzo di scelte non lineari e non facilmente comprensibili dal proprio elettorato. Producendo, oltre tutto, il paradosso di una sinistra filo-istituzionale, e quindi di fatto conservatrice. La destra invece le ha delegittimate dall’interno, piegandole sovente ai propri interessi politici di breve termine. Deludendo così, tra l’altro, una parte del suo stesso elettorato, che invece dalla destra il rispetto della dignità e dell’onore delle istituzioni se lo sarebbe aspettato.

Questo spiega anche le difficoltà dell’attuale crisi politica. In un sistema di governo equilibrato, in una democrazia matura, istituzionalmente solida, il risultato elettorale italiano, che ha prodotto un tripolarismo di fatto, impedendo quindi il formarsi di una coalizione omogenea, non sarebbe un ostacolo insormontabile. Si metterebbero d’accordo tutti e tre i soggetti per una riforma complessiva, di fatto costituzionale, che non consenta più tali risultati che rendono difficile la governabilità; o almeno due di loro, per uscire dalla crisi contingente. Da noi è impossibile: perché nessun partito pensa di potersi fidare dell’altro. E questo perché, ben al di là delle differenze politiche, sono segnati da culture istituzionali radicalmente differenti. Se la coalizione tra Pd e M5S è impossibile per il rifiuto del secondo (comprensibile, per la sua genesi, ma che impedisce l’ultima occasione di riforma possibile per questo ceto e questo ciclo politico), quella tra Pd e Pdl è impossibile per l’inaffidabilità del secondo (istituzionale prima che politica: il che è più grave), e il rifiuto conseguente di un’alleanza del primo, già scottato da precedenti esperienze. Mentre l’alleanza Pdl-M5S è semplicemente impensabile, mancandone i presupposti, logici prima ancora che politici. Del resto il M5S non nasconde, e anzi si fa vanto, della propria mancanza di cultura istituzionale: volendo, le istituzioni, rifondarle, seppure su presupposti per ora assai vaghi e con tratti talvolta inquietanti.

E’ parte di questo paradosso il fatto che la sola istituzione riconosciuta – la sola che goda di consenso popolare, pur non essendo eletta direttamente dal popolo (e anche questo dovrebbe far riflettere, sugli irrisolti nodi istituzionali di questo paese) – sia la Presidenza della Repubblica. Una istituzione salvaguardata da oltre un trentennio (dal 1978 e le ingloriose dimissioni di Leone), al di là e nonostante i governi di diverso colore che si sono succeduti, da uomini della sinistra e del centro che guardava a sinistra, con un grandissimo senso delle istituzioni: Pertini, Scalfaro, Ciampi e Napolitano (con la sola parentesi di Cossiga, non a caso il più amato a destra, che usò le istituzioni in maniera impropria e di fatto anti-istituzionale, da ‘picconatore’ più che da garante). Una istituzione cui si chiede oggi di non essere solo di garanzia e di equilibrio tra poteri, ma di impulso, persino di innovazione politica.

Di fronte a un parlamento delegittimato dal proprio peccato d’origine (il sistema elettorale, che fa dei parlamentari dei nominati), e a un governo tecnico oggi diviso e privo di maggioranza oltre che di legittimità democratica, la sola istituzione di fiducia resta quella presidenziale. Al punto che il solo governo possibile rischia di essere un governo del presidente, o comunque da lui garantito e di fatto legittimato. Fino a che il ciclo politico si compia del tutto. E, anche attraverso nuove elezioni, si veda il formarsi di un ciclo nuovo. Fondato su un nuovo assetto istituzionale, probabilmente, e non in continuità con quello attuale.

Istituzioni e crisi del sistema, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere della Alpi”, 28 marzo 2013, p.1

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