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Il dilemma del PD: svolta o declino

Il Partito Democratico si è impiantato. Stretto come è tra la logica dei numeri, che lo costringe a un’assunzione di responsabilità, trattandosi del primo partito per numero di parlamentari, e la logica politica, che ne fa un partito sconfitto, che ha perso elettori e capacità di trascinamento; con l’aggravante di essere stato largamente favorito fin dall’inizio della campagna elettorale.

Quanto al governo del paese, il come uscirne sta più nelle mani del capo dello stato che del leader del PD. Quest’ultimo rivendica il diritto a candidarsi premier: ma, con tutta probabilità non sarà accettato dal vero vincitore di queste elezioni, il Movimento 5 Stelle. O potrebbe essere accettato solo costringendolo ad una alleanza suicida con il PDL, altro grande sconfitto di queste elezioni, nonostante il parziale recupero berlusconiano nello sprint finale, e con Monti. Ciò che consentirebbe a Grillo di mettersi lui contro tutti, contro il sistema, capitalizzando rapidamente un ulteriore successo alle prossime, non lontane, elezioni. Un gioco cui tuttavia non intende giocare, in primo luogo, la base del PD: contrarissima a qualsiasi accordo con il PDL, e invece in maniera maggioritaria favorevole a un accordo proprio con il M5S, percepito in fondo come più simile, nelle sue istanze, nelle sue proposte, nei suoi desideri di rinnovamento e di pulizia, e di nuova politica.

Oggi ci sono due snodi, di fronte al PD, che hanno una valenza diversa: quello della governabilità e quello della rappresentanza. Il primo è legato al tentativo di varare un governo: una responsabilità che Bersani intende assumere, e che il PD dovrà lasciare a lui, come leader della coalizione e come responsabile maggiore del risultato elettorale (sempre che Napolitano non decida altrimenti, preferendogli un governo tecnico e di scopo: pochi punti su cui chiedere la fiducia, tra cui la riforma elettorale, e poi di nuovo al voto). Il secondo, più decisivo nel lungo termine, riguarda il futuro stesso del PD: la sua capacità di essere rappresentativo dell’Italia reale, che nel pieno del dramma della crisi sente fortissima la necessità di una discontinuità radicale, e, poiché non l’ha vista nei partiti, PD incluso, ha preferito la spallata grillina. Su questo la partita non si giocherà subito, ma tra qualche mese, in occasione del congresso del PD. E forse anche prima, se Bersani, traendo qualche conclusione dal dissenso che comincia a manifestarsi nel partito, e dallo stesso risultato elettorale, decidesse di farsi da parte in anticipo. E’ infatti innegabile la responsabilità di un ceto dirigente che non si è accorto della valanga in arrivo, accontentandosi di trasformazioni non sufficientemente incisive, e in ogni caso non percepite come tali. E non c’è dubbio che un partito che ha perso alla Camera quasi il 30% del suo elettorato, oltre tutto perdendo maggiormente nell’elettorato giovanile (il futuro), e mostrando di non riuscire a conquistare le regioni più ricche e dinamiche del nord (in Lombardia ha vinto ancora il centrodestra, nonostante gli scandali da cui era sommerso, e in Veneto non è avvenuto lo storico sorpasso in cui la dirigenza sperava), qualche riflessione la deve fare, ed è chiamato a rispondere di questo risultato di fronte ai suoi militanti e ai suoi elettori. Del resto, un’azienda che perdesse il trenta per cento dei clienti e del venduto, qualche riflessione la farebbe: sull’adeguatezza dei suoi dirigenti, e sulla rispondenza del prodotto alle necessità del mercato. Può scegliere di darne la colpa agli altri (a Grillo, al sostegno a Monti, alla crisi) o fare un bagno di umiltà chiedendo scusa per non aver capito il paese, per non essere stato capace di ascoltarlo davvero. Una responsabilità che non è del segretario nazionale, che anzi qualche tentativo di emanciparsi da un ingombrante passato l’ha pur fatto, ma di un intero ceto dirigente, anche locale: in cui le inerzie prevalgono sull’innovazione, e il continuismo sulla discontinuità. Se sarà capace di fare seriamente questa riflessione, ascoltando le spinte della sua stesa base, il PD, per il suo tessuto democratico, per il radicamento nel territorio, per la maggiore capacità di mettersi in discussione, per la diffusa presenza di governo locale, è ancora in grado di proporsi come perno di una futura coalizione di governo. Se non ne avrà la capacità e la modestia, è destinato a un lento ma inesorabile declino.

Il dilemma del PD: svolta o declino, in “Il Piccolo”, 6 marzo 2013, p.1

Il governo e il dilemma del PD, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere della Alpi”, 6 marzo 2013, p.1

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