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Le due crisi parallele di stato e chiesa

E’ davvero singolare, e significativa, la coincidenza tra due crisi, e due fasi di passaggio, nelle due istituzioni portanti e caratterizzanti del nostro paese: la Repubblica Italiana e la Santa Sede, lo stato e la chiesa cattolica. Oggi entrambe, in qualche modo, sede vacante.

Le similitudini sono più di quelle che sembrano. In entrambi i casi si sovrappongono varie crisi: una crisi istituzionale e una crisi morale, in cui si intrecciano economia, finanza, potere, valori, e una distanza sempre maggiore tra fini dichiarati e mezzi praticati. Producendo, nell’insieme, una crisi di fiducia e di legittimità complessiva: in cui in gioco sono le ragioni fondanti stesse del patto sociale, e dunque dell’autorità.

Da un lato, un popolo in rivolta, sdegnato, che ha mandato segnali sempre più grandi di volersi liberare dal giogo di un ceto politico inefficiente e corrotto, fino alle ultime elezioni, che probabilmente non sono ancora l’ultimo atto, ma costituiscono l’ultima occasione offerta al ceto politico per ascoltarne la voce, e uscire dalla crisi. Dall’altro un popolo di Dio anch’esso in rivolta, ma silenziosa, che ha scelto l’abbandono e la sottrazione della fiducia, piuttosto che la critica esplicita e rumorosa, forse anche perché non ha trovato mezzi e canali per farlo. In cui è il vertice stesso ad abbandonare, a lasciare, impari al compito, troppo debole rispetto all’immane sforzo richiesto per riformare e rilegittimare un’istituzione segnata dagli scandali, dagli intrighi, dall’incapacità di aderire ai suoi fini dichiarati, ai suoi scopi fondanti. Così come la politica si è mostrata impari al compito di rappresentanza, di guida, di (buon)governo: per non parlare della tutela degli ultimi, del sostegno ai più bisognosi, a coloro che sono maggiormente in difficoltà.

In entrambi i casi ci sono problemi simili. Di distanza tra rappresentanti e rappresentati. Di onestà e correttezza, e quindi di etica pubblica e privata. Di collusione tra poteri (collusi anche tra loro: lo stato e la chiesa, la politica laica e quella ecclesiastica, la finanza globale e quella vaticana, nella reciproca protezione di interessi non sempre dichiarabili, troppo spesso opachi). Di inefficienza complessiva della macchina, di burocratizzazione e di moltiplicazione di ruoli e funzioni senza alcune vera utilità, e distanti dal core business originario. Di trasparenza, e di segretezza, talvolta violata, e di controlli moltiplicati, che è il segnale inequivocabile che c’è qualcosa da nascondere. Di democrazia. Di rappresentanza. Di modalità di selezione delle elite e di cooptazione. Di verticismo e di incapacità di ascolto: di messaggi che viaggiano sempre top down, dall’alto in basso, e mai bottom up, dal basso verso l’alto. Di coinvolgimento della base, e di senso dell’impegno di chi si impegna davvero, e onestamente. Di genere, anche. Di ruolo delle donne, di incapacità di ascolto della loro voce e di loro marginalizzazione, o mancata e insufficiente inclusione. E di drammatico invecchiamento: di ruolo dei giovani, in entrambi i casi sempre più demotivati e disinteressati da meccanismi che non li interessano e non li coinvolgono più. Di ricambio, quindi: necessario, urgente, ma inattuato.

In entrambi i casi, tuttavia, questo processo, questa crisi, può aprire le condizioni per un riscatto, per un recupero delle ragioni originarie, per una profonda opera di pulizia, per un rovesciamento delle pratiche correnti, per un abbandono delle abitudini e delle inerzie, per una presa di coscienza, per un rinnovamento profondo. In politica, questo processo è partito dal basso, dall’insofferenza diffusa. Nella chiesa, è partito addirittura dall’alto, da una solenne dichiarazione di impotenza. In entrambi i casi, si tratta di segnali potenziali di forza, non di debolezza. Di vitalità, non di decadenza. Di vita, non di morte. Se saranno raccolti.

Stato e Chiesa: due crisi, stessa forza, “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, 3 marzo, p.1

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