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Papa Francesco e il valore dei simboli

Le società hanno bisogno di simboli: in cui riconoscersi, attraverso cui unirsi. La Chiesa cattolica aveva bisogno di un simbolo: per ritrovare la propria missione originaria, la propria ragion d’essere, la sua dignità più alta. E, con il nuovo Papa, l’ha trovato.

Erano alcuni anni che, negli ambienti cattolici più critici, o semplicemente più sofferenti degli scandali, delle difficoltà, degli sbandamenti, delle opacità, dei compromessi mondani, degli accomodamenti con il potere, degli intrighi, si diceva e si sperava: certo, sarebbe bello se il prossimo Papa scegliesse di chiamarsi, di essere, Francesco. E a Francesco si ispirasse nella sua azione. Perché Francesco d’Assisi rappresenta molte cose. E’ il santo più amato – e per molti versi meno imitato – della Chiesa. Quello più popolare – nel senso di vicino al popolo, di sentito come suo – ma anche quello che più attrae la riflessione degli intellettuali. Quello più amato dentro ma anche fuori dalla Chiesa: ecumenicamente ammirato da tutte le religioni (non a caso gli incontri tra le religioni voluti da Giovanni Paolo II sono nati ad Assisi), laicamente rispettato anche da chi religioso non è. Ispiratore di pellegrinaggi a piedi, alla ricerca delle fonti della spiritualità, come di forme moderne di turismo religioso di massa, di tentativi alla buona di avvicinarsi all’assoluto. Di scelte di vita radicali, di svolte esistenziali, di cammini profondi di conversione interiore, come di riforme di comportamento rigorose, anche delle istituzioni: sempre precarie, sempre disattese, ma sempre necessarie, sempre urgenti. Francesco, insomma, per la sua sola esistenza, per il solo suo nome, è un richiamo. Ma questo Papa Francesco di simboli ne raccoglie e ne sintetizza, nella sua sobria, semplice figura, molti altri: figlio di un ferroviere emigrato, operaio prima di entrare in seminario, fidanzato prima di scegliere la Chiesa, semplice prete e pastore nel modo di porsi, primo gesuita a diventare Papa, e soprattutto primo latinoamericano, in una chiesa che ha un drammatico bisogno di capire che non è più europea e occidentale, che la maggioranza dei suoi fedeli sta nel sud del mondo, che i suoi problemi non sono i problemi dell’Europa (il relativismo, la secolarizzazione), e che in fondo è bene così, perché, dopo tutto, né il cristianesimo nasce in Europa né il suo fondatore era europeo, anche se la sede attuale del cattolicesimo è a Roma. Infine, primo Papa a chiamarsi Francesco, il che in fondo stupisce, data l’importanza del poverello di Assisi nella storia, nella spiritualità e nella vita della Chiesa e dei credenti. Gli italiani potranno anche gioire del fatto che Francesco è patrono d’Italia: e potranno così riflettere sul loro ambiguo rapporto con il santo, venerato ma assai poco imitato.

In fondo, per fare un parallelo d’attualità, l’elezione di Papa Francesco rappresenta per la Chiesa quello che per la politica mondiale è stata l’elezione di Obama: importante prima di tutto come simbolo. Primo presidente americano di colore, figlio di immigrati, dalle origini assai miste, in Africa e nell’islam, oltre che nel cristianesimo: segno di speranza prima ancora di esserlo nella pratica, come ha testimoniato la vicenda del premio Nobel per la pace assegnatogli per le sue intenzioni, prima ancora che per i suoi atti, lungi dal dispiegarsi. Perché rispondeva, nel profondo, a una domanda di simboli incarnati che è molto presente in tutto il mondo di oggi. A un bisogno sociale e culturale profondo.

Papa Francesco, già solo nei suoi primi minuti di pontificato, di segni significativi ne ha offerti molti, pur senza parere, senza gesti eclatanti, in maniera dimessa: a cominciare dai simboli che ha mostrato (una croce semplice e non d’oro, con raffigurato il buon pastore), da quelli che ha rifiutato (la mantellina rossa) e da quelli che ha introdotto (la richiesta della benedizione del popolo su di lui, prima ancora della sua benedizione sul popolo) affacciandosi per la prima volta alla finestra di Piazza San Pietro. Rendendo inutile chiedersi se è progressista o conservatore, semplicemente perché è evangelico. Ne aveva bisogno la Chiesa. Ne ha bisogno la società tutta.

La chiesa cattolica e il valore dei simboli, in “il Piccolo”, Trieste, 15 marzo 2013, p. 1

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