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Un Papa di nome Francesco

Un Papa di nome Francesco

16 / 3 / 2013

Le società hanno bisogno di simboli: in cui riconoscersi, attraverso cui unirsi. La Chiesa cattolica aveva bisogno di un simbolo: per ritrovare la propria missione originaria, la propria ragion d’essere, la sua dignità più alta. E, con il nuovo Papa, l’ha trovato.

Erano alcuni anni che, negli ambienti cattolici più critici, o semplicemente più sofferenti degli scandali, delle difficoltà, degli sbandamenti, delle opacità, dei compromessi mondani, degli accomodamenti con il potere, degli intrighi, si diceva e si sperava: certo, sarebbe bello se il prossimo Papa scegliesse di chiamarsi, di essere, Francesco. E a Francesco si ispirasse nella sua azione. Perché Francesco d’Assisi rappresenta molte cose. E’ il santo più amato – e per molti versi meno imitato – della Chiesa. Quello più popolare – nel senso di vicino al popolo, di sentito come suo – ma anche quello che più attrae la riflessione degli intellettuali. Quello più amato dentro ma anche fuori dalla Chiesa: ecumenicamente ammirato da tutte le religioni (non a caso gli incontri tra le religioni voluti da Giovanni Paolo II sono nati ad Assisi), laicamente rispettato anche da chi religioso non è. Ispiratore di pellegrinaggi a piedi, alla ricerca delle fonti della spiritualità, come di forme moderne di turismo religioso di massa, di tentativi alla buona di avvicinarsi all’assoluto. Di scelte di vita radicali, di svolte esistenziali, di cammini profondi di conversione interiore, come di riforme di comportamento rigorose, anche delle istituzioni: sempre precarie, sempre disattese, ma sempre necessarie, sempre urgenti.

Francesco, insomma, per la sua sola esistenza, per il solo suo nome, è un richiamo. Ma questo Papa Francesco di simboli ne raccoglie e ne sintetizza, nella sua sobria, semplice figura, molti altri: figlio di un ferroviere emigrato, operaio prima di entrare in seminario, fidanzato prima di scegliere la Chiesa, semplice prete e pastore nel modo di porsi, primo gesuita a diventare Papa, e soprattutto primo latinoamericano, in una chiesa che ha un drammatico bisogno di capire che non è più europea e occidentale, che la maggioranza dei suoi fedeli sta nel sud del mondo, che i suoi problemi non sono i problemi dell’Europa (il relativismo, la secolarizzazione), e che in fondo è bene così, perché, dopo tutto, né il cristianesimo nasce in Europa né il suo fondatore era europeo, anche se la sede attuale del cattolicesimo è a Roma. Infine, primo Papa a chiamarsi Francesco, il che in fondo stupisce, data l’importanza del poverello di Assisi nella storia, nella spiritualità e nella vita della Chiesa e dei credenti. Gli italiani potranno anche gioire del fatto che Francesco è patrono d’Italia: e potranno così riflettere sul loro ambiguo rapporto con il santo, venerato ma assai poco imitato.

In fondo, per fare un parallelo d’attualità, l’elezione di Papa Francesco rappresenta per la Chiesa quello che per la politica mondiale è stata l’elezione di Obama: importante prima di tutto come simbolo. Primo presidente americano di colore, figlio di immigrati, dalle origini assai miste, in Africa e nell’islam, oltre che nel cristianesimo: segno di speranza prima ancora di esserlo nella pratica, come ha testimoniato la vicenda del premio Nobel per la pace assegnatogli per le sue intenzioni, prima ancora che per i suoi atti, lungi dal dispiegarsi. Perché rispondeva, nel profondo, a una domanda di simboli incarnati che è molto presente in tutto il mondo di oggi. A un bisogno sociale e culturale profondo.

Papa Francesco, già solo nei suoi primi minuti di pontificato, di segni significativi ne ha offerti molti, pur senza parere, senza gesti eclatanti, in maniera dimessa: a cominciare dai simboli che ha mostrato (una croce semplice e non d’oro, con raffigurato il buon pastore), da quelli che ha rifiutato (la mozzetta o mantellina rossa, e altri orpelli) e da quelli che ha introdotto affacciandosi per la prima volta alla finestra di Piazza San Pietro (la richiesta della benedizione del popolo su di lui, prima ancora della sua benedizione sul popolo: perché il pontefice è al servizio del popolo di Dio – servo dei servi di Dio – e non viceversa). Per non parlare di alcune parole significative e certo non casuali: il raccontarsi come “venuto dai confini del mondo”, che di per sé pone una distanza significativa con la Roma curiale, di cui non è figlio nemmeno adottivo; e l’autodefinirsi vescovo di Roma (chiamando il suo predecessore vescovo emerito, anziché Papa emerito, che è il titolo che gli e si era attribuito), richiamando più un ruolo da primus inter pares che da inflessibile e infallibile guardiano dell’ortodossia. Tutto questo rende inutile chiedersi se è progressista o conservatore: Papa Francesco, come l’illustre predecessore che si è scelto, è semplicemente evangelico. E in questo senso potrà essere sgradito sia ai progressisti che ai conservatori, uscendo anche da etichette che spiegano assai meno di quanto il giornalismo e l’intellettualità, ma anche certa teologia ed ecclesiologia, siano propensi a credere: il che è una buona notizia. Ne aveva bisogno la Chiesa. Ne ha bisogno la società tutta. E tutto questo mette in ombra qualunque altra discussione, pur opportuna, sulla teologia di Papa Francesco, sulla sua storia personale e su quella della Chiesa argentina: da rinviarsi ad altra data, ma che risulterà assai poco esplicativa, alla fine, quando si tratterà di fare un bilancio del nuovo pontificato, che risulta fin d’ora assai poco prevedibile. E anche questa è una buona notizia.

I pontificati sono storicamente segnati dal loro inizio, che ne dà la misura, il segno, la direzione. E’ stato così, in maniera dirompente, con quello di Wojtyla, con il suo slancio e il suo grido: “Non abbiate paura”, che ha un segnato un pontificato vitale, tutto giocato all’attacco, proiettato sul piano globale. E’ stato così con quello di Ratzinger: con la sua stessa voce, la gestualità, la simbolica in cui si è rinchiuso, che prima ancora delle sue parole hanno segnato un pontificato sulla difensiva, arroccato, timoroso, lucido nell’analisi dei problemi della Chiesa ma troppo debole nell’azione, eurocentrico e occidentocentrico nella visione. Sarà così con Bergoglio. Non sappiamo dove potrà arrivare: ma l’inizio è di slancio, caratterizzante, più promettente di quanto l’età e l’essere stato eletto da un conclave in fondo conservatore, con la maggioranza dei cardinali che doveva la porpora al Papa precedente, lasciasse pensare. Non sarà la rivoluzione – che del resto non viene quasi mai dall’alto – ma l’inizio e la promessa di un cambiamento probabilmente sì.

Si parva licet, una piccola nota a margine, vista la concomitanza dei tempi con le meste vicende della politica italiana, che ci consente qualche ulteriore piccola riflessione sulle questioni di casa nostra, anziché su quelle di Oltretevere.

Sarà anche un rituale antiquato: ma intanto ci ha messo meno la Chiesa cattolica a scegliere il proprio pontefice che l’Italia a trovare un primo ministro, non parliamo di varare un governo.

Sarà anche una istituzione pletorica: ma intanto per eleggere il pontefice di un miliardo e duecento milioni di cattolici sono bastati 115 cardinali, mentre l’Italia per eleggere il proprio presidente ha bisogno di mille rappresentanti del popolo.

Sarà anche una istituzione antica: ma intanto ha mostrato una capacità di rinnovamento dall’alto che la politica italiana è lungi dall’aver introiettato e capito, e che produrrà, se la produrrà, solo per una poderosa spinta dal basso.

Ma dove la Chiesa ha mostrato una forza inattesa, che la debolezza della politica è lungi dal mostrare, è soprattutto nella capacità di trovare le risorse del suo rinnovamento lontano dal suo centro geografico e istituzionale. Avendo il coraggio di scegliersi una guida che rappresenta le sue istanze profonde, e le speranze che incarna, non il proprio ceto dirigente, il proprio ombelico, le proprie individuali ambizioni. Ciò che la politica ancora non fa. Per non parlare della forza simbolica, di cui si è già parlato.

Il sapere che, prima di diventare Papa, pur essendo già cardinale preferisse l’autobus all’auto blu, rende il parallelo – il contrasto, in realtà – con la politica nostrana ancora più stridente.

Stefano Allievi *

* Docente di sociologia presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Padova, ha partecipato recentemente alla trasmissione format RADAR prodotta da Globalproject e Sherwood, con la partecipazione di Massimo Cacciari, Margherita Hack, Renato Pescara,Ferruccio Pinotti, Stefano Allievi, Don Giovanni Brusegan, condotta da Ernesto Milanesi e Sebastiano Canetta

http://www.globalproject.info/it/produzioni/un-papa-di-nome-francesco/13802

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