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Debora Serracchiani: una risorsa per il PD

La politica è fatta anche di svolte inaspettate, di colpi di fortuna, talvolta di miracoli. L’ultimo di questi, per il Partito Democratico, si chiama Debora Serracchiani. Nel momento più basso della crisi del PD dai tempi della sua costituzione, il partito (ma forse non proprio lo stesso partito) coglie quello che negli ultimi giorni sembrava diventato un irraggiungibile e forse insperato successo: la conquista del Friuli Venezia Giulia.

Nonostante Roma. Attaccando Roma. Direttamente proporzionale alla distanza da Roma.

Mentre la nave romana affonda, la piccola scialuppa friulana mostra che arrivare in porto si può. Mentre Roma implode nei complotti, nei tradimenti, negli accoltellamenti alle spalle e nelle lotte fratricide, in un clima da fine impero, una piccola provincia ribelle prova a cambiare passo, metodo, e dirigenza, prendendo duramente le distanze dalla corrotta capitale, e salvandosi grazie a questo, oltre che a una promessa di buongoverno e di ricambio.

Serracchiani è riuscita a vincere prendendo le distanze dal PD nazionale. Attaccandolo frontalmente. Dall’alto della sua esperienza: che è quella di una traiettoria personale a sua volta fortunata. Cominciata con un video diventato virale su you tube, in cui con l’aria ingenua e più giovanile della sua età che la caratterizza, raccontava in una riunione romana il PD che avrebbe voluto, mettendolo in contrasto con quello che c’era. E continuata con un lavoro serio, metodico, assai presente, come europarlamentare e nel territorio, ma anche a livello nazionale, cercando di cambiare il corpaccione di quel partito che a lei come a molti altri stava stretto. Partecipando al primo meeting della Leopolda di Renzi e Civati: quello in cui è nata ufficialmente una questione generazionale – ma fortissimamente politica – nel PD. Organizzando con Civati un altro meeting di base in quel di Bologna. Soprattutto, chiamando Renzi, il sindaco fiorentino, non i leader nazionali romani, a darle manforte nella sua campagna elettorale.

In lei è visibilissima la saldatura politica oggettiva tra il nuovo che faticosamente tenta di emergere nel PD (al di là dei contrasti tra Renzi, Civati, i ‘giovani turchi’ e quant’altro: che poco interessano l’elettorato e i simpatizzanti). E la spaccatura tra il vecchio e il nuovo, tra un PD che crede ancora di essere l’erede di due antiche e nobili tradizioni politiche del secolo scorso, incarnata nella nomenclatura nazionale oggi dimissionaria e sconfitta, e quello che pensava di essere un’avventura nuova, in cui le gambe non fossero due, ma tre: e la principale, quella più innovativa, quella proiettata sul futuro, avrebbe dovuto essere quella dei nativi democratici, di quelli che pensavano a un progetto altro e più ambizioso. Del resto il Partito Democratico non era nato per caso, ma per bisogno: già da tempo l’Ulivo prendeva più voti dei due vecchi partiti messi insieme, e c’era un elettorato diverso in cerca di una nuova rappresentanza. Ma molti leader e apparati della passata stagione, il PD l’hanno pianificato a tavolino per garantirsi, non per innovare: tradendolo subito, come si è reso evidente anche nelle vicende di questi giorni. Cambiando l’etichetta ma non i dirigenti, e nemmeno i comportamenti. Con il risultato di perderne una gran parte, di questa voglia di rinnovamento, non solo giovanile, con cui non si è mai aperto un vero confronto politico: lo attesta il calo degli iscritti e dei partecipanti alle primarie, oltre che degli elettori.

Debora Serracchiani rappresenta anche questo. Una generazione all’attacco. Che può fare la differenza. Così come l’aiuto di quello che potremmo chiamare il nuovo PD, incarnato da Renzi, è stato utile alla sua campagna elettorale (almeno tanto quanto la distanza dal ‘vecchio’), così la sua vittoria può essere uno stimolo a spingere verso quel rinnovamento vero senza il quale il PD, da primo partito e perno dello schieramento riformatore, rischia di diventare un partito tra i tanti, minoritario (altro che la ‘vocazione maggioritaria’!), e per giunta, in senso profondo, conservatore: delle vecchie alchimie interne, delle vecchie pratiche, del vecchio sistema.

Il contrasto tra le penose (e perdenti) vicende nazionali di questi giorni del PD, e la gioiosa e sorridente (e vincente) avventura friulana, non potrebbe essere più netto: un ciclo che si apre, e un ciclo che si chiude; una traiettoria ascendente, e una discendente. In questo senso il Friuli, se il PD saprà ascoltare (il che, oggi, non può essere ancora dato per scontato), può diventare un’esperienza pilota per il Partito Democratico nazionale, e Debora Serracchiani una delle risorse di questo rinnovamento.

Dal Friuli una risorsa per il PD, in “Messaggero veneto”, 24 aprile 2013, p.1

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