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Gli azzardi paralleli di Maroni e di Bersani

In politica talvolta occorre giocarsi il tutto per tutto. Non sempre funziona. E non sempre, se non funziona, c’è una seconda possibilità, per il leader che dell’azzardo è il protagonista. L’attualità politica ci ha messo davanti, in queste settimane, due casi di azzardo personale e politico, paralleli e speculari l’uno all’altro, che interpretano con chiarezza le diverse possibili parabole della politica: quello di Maroni, e quello di Bersani.

Maroni, con la candidatura in Lombardia, si è giocato tutto. Se avesse perso, sarebbe sostanzialmente scomparsa, insieme alla sua leadership, anche la Lega. Per colpa propria: implosa negli scandali, nell’alleanza ad usum Berlusconi, nell’incapacità di governare, nei cedimenti morali, nell’usurarsi delle figure politiche fondatrici. Ha vinto (più che per meriti propri, forse, per l’incapacità del centrosinistra di parlare al nord, locomotiva produttiva e sostegno fiscale del paese): e la Lega ha una speranza di risollevarsi, e di far vedere che esiste, perché esiste e governa nelle regioni più ricche e avanzate d’Italia. Era un azzardo, candidarsi alla regione. Come tutti gli azzardi poteva finire male. E’ finito bene: la Lega ce la può fare. Ricomincia da molto in basso, in termini percentuali: ma la sua parabola in questo momento è ascendente.

Bersani, con il tentativo di formare il governo, si è giocato tutto. Se avesse vinto, il PD sarebbe diventato il perno della coalizione riformista del paese, con buone speranze di recuperare almeno una parte del consenso perduto, e ritrovare una centralità di ruolo, mentre Bersani si sarebbe rafforzato attraverso l’azione di governo, diventando il leader di una coalizione stabile. Ha perso: e, senza un forte ricambio interno (di progetto, di metodo, di ceto politico dirigente), il PD rischia di perdere la propria centralità, sia come forza principale dello schieramento riformista, che come reale capacità innovativa e propositiva. Era un azzardo, tentare di formare il governo partendo da una condizione di fatto minoritaria. Come tutti gli azzardi poteva finire bene. E’ finito male: il PD, così com’è, non ce la può fare. Ricomincia da un ruolo alto, quello di primo partito, ma in calo di consensi: e la sua parabola in questo momento è discendente.

C’è una differenza ulteriore, tra i due: di importanza capitale. Maroni è il leader di un nuovo ceto dirigente, che dopo un aspro scontro – ancora in corso (come si è visto a Pontida e nella vicenda delle epurazioni venete e lombarde) ma il cui acme è passato – sta sostituendo quello vecchio. Bersani è il leader e il garante di un vecchio ceto dirigente, che dopo un aspro scontro – il cui acme deve ancora manifestarsi (le primarie erano solo l’antipasto) – sta cercando di sopravvivere a quello nuovo.

Non significa che Maroni è stato più bravo di Bersani, o che Bersani abbia scelto strategie peggiori di Maroni. In politica contano anche altri fattori: tra cui, come avrebbe detto Machiavelli, la Fortuna. Entrambi possono giocarsi attenuanti e aggravanti. E tuttavia il risultato degli azzardi, come a poker, è inequivoco: o si vince, o si perde. E in entrambi i casi è necessario, e doveroso, trarne delle conclusioni. Maroni ha vinto sul fronte esterno, le elezioni, e può combattere la sua battaglia interna con più forza. Bersani ha perso sul fronte esterno, le elezioni, e si trova a combattere la sua battaglia interna in una situazione di debolezza. Nel primo caso, si inaugura l’inizio di un nuovo ciclo. Nel secondo, si certifica la fine di un ciclo datato: che, lo si sa con certezza, è finito male. Le candidature alla leadership del partito che si susseguono (Renzi, Barca, Civati, e altri verranno) ne sono il suggello.

Gli azzardi di Maroni e di Bersani, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 17 aprile 2013, p.1

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