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Dov’è nata la sconfitta di Bersani

Con l’ufficializzazione delle sue dimissioni durante la direzione nazionale del PD – nonostante qualcuno gli chiedesse di ritirarle – Pierluigi Bersani si guadagna l’onore delle armi. Ha mostrato, insieme all’integrità personale, la capacità di assumersi la responsabilità politica di una sconfitta che non è stata solo sua. E di saper anteporre il senso del collettivo all’avventura o all’ambizione individuale, in una stagione politica in cui prevalgono personalismi spesso privi di consistenza.

Il giudizio complessivo sulla sua avventura politica è tuttavia assai meno positivo di quello sulla sua persona. Bersani è stato l’ultimo garante del patto fondativo del PD come giustapposizione – nemmeno come fusione – di due storie politiche parallele e in passato conflittuali: quella del PCI-PDS-DS e quella della DC-Popolari-Margherita. E di quella storia ha incarnato in particolare, per storia personale e per convinzione, la componente maggioritaria, quella proveniente dal PCI, a cui ha sempre fatto riferimento con un’espressione sorprendente: la “ditta”. Questo patto tra le cosiddette due gambe del PD, nato più per nascondere una debolezza (il fatto che già l’Ulivo prendesse più voti delle sue componenti, in calo costante) che per esprimere una forza potenziale, è all’origine dell’incomprensione del ruolo e dell’importanza della terza gamba del PD, quella che avrebbe dovuto essere portante: i nativi democratici. Quelli che non erano né l’una né l’altra cosa, ma – anche quando provenienti dalle storie precedenti – perseguivano un disegno innovativo e per molti versi più ambizioso: costruire un partito nuovo, per rappresentare una domanda politica diversa, all’interno di un mercato politico mutato. Questa componente – che spingeva il pedale dell’innovazione e non lesinava la critica – nel PD ci ha vissuto un breve entusiasmo e una rapidissima disillusione: essendo stata, con poche eccezioni, marginalizzata, non inclusa, a stento sopportata, non di rado stigmatizzata, comunque inascoltata, deprivando il partito del suo quadro dirigente potenziale più dinamico e aperto, più in sintonia con il cambiamento dei tempi. Solo una parte di quella che c’era all’inizio è rimasta: ed è oggi in campo per la successione.

Bersani il ruolo dei nativi democratici non l’ha capito in tempo, o se l’ha capito non ha avuto la forza per trarne le necessarie conseguenze: incoraggiando la presenza giovanile e il ricambio, ma senza fare politicamente i conti con un rinnovamento sostanziale. E in questo senso è stato più l’espressione di una nostalgia che di un progetto. Fin da quando aveva deciso di correre per la segreteria – all’indomani delle drammatiche dimissioni di Veltroni, anche se poi ha atteso che passasse anche Franceschini – avendo come sponsor i personaggi più noti della nomenclatura del partito, a cominciare da D’Alema, ma con l’appoggio anche della componente popolare, in una logica di mutua garanzia. E vincendo con grande nettezza: ciò che gli ha dato la sensazione di interpretare l’anima del partito.

Il resto è storia recente: la storia che l’ha portato alle dimissioni. La volontà di incarnare e riattualizzare un passato più o meno glorioso (“dare un senso a questa storia”), navigando con difficoltà in un partito che non era più lo stesso, balcanizzato e immobile allo stesso tempo, nevroticamente agitato quanto privo di una direzione. La presa d’atto, alla fine, che erano cambiati i tempi, che si era in una mutata stagione, e quindi l’assunzione di alcuni elementi importanti di innovazione: su tutti, la celebrazione delle primarie, quelle che si sapeva sarebbero state un duello tra Bersani e Renzi, il garante della “ditta” e il rottamatore. Anche in quella occasione ha vinto nettamente. E, vincendo, ha sancito la sua sconfitta e quella del PD. Evidente nella perdita di influenza, nel calo di consenso elettorale, nella diminuita partecipazione alle primarie, nel crollo delle iscrizioni, nei conflitti interni non più sopiti.

La sconfitta del suo disegno è stata inequivocabile. Il lancio di progetti politici desueti: dal ‘Nuovo Ulivo’, nato fuori tempo massimo e mai decollato, alla foto di Vasto, durata il tempo di uno scatto, all’alleanza a sinistra, già finita anch’essa. Per finire con un tonfo elettorale, un disastro di immagine, una caduta verticale di progettualità, la sensazione di impotenza, di non sapersi far ascoltare dal paese: più precisamente, di non saperlo ascoltare, e di non sapergli parlare.

Bersani lascia il PD ai minimi storici. Assumendosi le responsabilità della sconfitta la sua figura ha riacquistato statura politica, e il senso dell’avventura politica anche come dramma umano, non legato solo alle vanità e alle ambizioni individuali. Ma il problema che pone è più vasto: come si guida un partito, in nome di quali valori, con quali metodi, con quali capacità di coinvolgimento e di trascinamento, e soprattutto verso quale prospettiva, con quale capacità di intercettare e interpretare il cambiamento della società, di leggerla, prima ancora che di indirizzarla. Qui i limiti dell’idea di partito che Bersani incarnava sono tuttora presenti.

Esce di scena un galantuomo della politica: la cui correttezza non è mai stata messa in discussione, nemmeno dagli avversari interni ed esterni. Dotato di senso dello stato e delle istituzioni. Un leader che ha capito oggi ciò che non ha saputo immaginare ieri. Ma, oggi, è troppo tardi. Toccherà ad altri provare a trasformare questo malinconico tramonto nell’alba di un più promettente inizio.

Dov’è nata la sconfitta di Bersani, in “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, 26 aprile 2013, p.1

2 risposte a Dov’è nata la sconfitta di Bersani

  • stefano scrive:

    può darsi. io credo che il passato non torni mai, veramente. la dc è morta da un pezzo, ed è bene così. personalmente, tra vent’anni, se ci sarò, spero di non ritrovare nessuno. sono favorevole al ricambio, e al limite dei due mandati. vale per bersani, per renzi, per letta, per monti, per berlusconi, per tutti… ognuno ha la sua stagione.

  • mario scrive:

    con renzi e letta è tornata la dc e, con essa, l’incapacità di mettere l’interesse di tutti davanti ai propri. in particolare con renzi, divorato da un’ambizione sfrenata e per questo immorale. farà una brutta fine il pd e uno come bersani, onesto serio e competente, lo ritroveremo tra vent’anni.

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