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La cecità della partitocrazia: sulle commissioni parlamentari

La vicenda delle commissioni parlamentari che non vengono nominate è un film già visto. E, come tale, lascia sorpresi, e basiti, il fatto che i protagonisti non ne abbiano ancora capito la sceneggiatura, la trama, e soprattutto l’inevitabile finale.

Abbiamo un parlamento eletto da oltre un mese, che non ha ancora cominciato a funzionare. E questo perché tutti i principali partiti – tutti tranne uno, come vedremo – si rifiutano di nominare i componenti delle commissioni, e in particolare i presidenti e i loro vice, impedendo una qualsiasi operatività degli eletti del popolo. Il motivo? Quello ufficiale è che non c’è ancora un governo: ed è prassi attendere che vi sia un governo in carica per poter bilanciare le commissioni assegnandole, con i dovuti correttivi, a maggioranza e opposizione. Quello vero, è che i partiti vogliono tenersi libere tutte le caselle, per poter discutere insieme delle varie nomine in ballo, a cominciare dal governo: di fatto tenendo in ostaggio le istituzioni in nome dei loro accordi presenti e futuri.

Certo, c’è una razionalità teorica anche in questa posizione: aspettare di sapere quali saranno la maggioranza e l’opposizione al governo. Anche se si potrebbero apportare i dovuti correttivi in un secondo tempo. Ma il piccolo dettaglio, perfettamente comprensibile all’elettorato, è che intanto, mentre il paese affonda, il parlamento non fa nulla, e – giusto per stare in pieno nel clima insofferente nei confronti non dei politici, ma dei politicanti – della gente ben pagata per svolgere il suo compito non lo svolge. Come se in un’azienda, in attesa di un cambio di dirigenza, o di proprietà, tutti quanti smettessero di lavorare.

Tutto questo mentre il governo Monti attualmente in carica, che non ha una maggioranza parlamentare, può solo operare nell’ordinaria amministrazione. E l’arrivo del futuro governo è appeso alla futura elezione del presidente della repubblica: e, magari, a future elezioni. E quindi a tempi che difficilmente saranno rapidi. E se il governo tardasse ancora qualche settimana o mese – nel pieno di una crisi che richiede prese di posizione più che rapide – che si fa? Si aspetta? Non si decide? Non si legifera?

Il risultato di quella che non riusciamo a definire diversamente che cecità partitocratica, è che si è regalato all’unico partito che non è d’accordo con questa prassi, il Movimento 5 Stelle (anche se singoli deputati e senatori di vari partiti hanno chiesto ai loro dirigenti di procedere alle nomine, perfettamente ignorati dai rispettivi vertici), una facilissima vittoria, che li mette esattamente nella condizione in cui gli altri partiti non vorrebbero che fossero: soli contro tutti, in nome della legalità e, banalmente, del buon senso. Regalando, con questo ennesimo colpo di genio dei partiti, la rappresentanza della correttezza istituzionale agli eletti del principale movimento anti-partiti. Un disastro politico e comunicativo: perché i messaggi, nella loro semplicità, passano. Sarebbe stato sufficiente un briciolo di buon senso e di senso delle istituzioni, per toglierne il monopolio all’M5S, e far vedere che i partiti hanno capito la lezione. Non l’hanno capita, evidentemente.

Oggi il M5S si trova nella posizione che hanno avuto i radicali in altri contesti: i critici della partitocrazia in nome della legalità. Con in più, a loro favore, la forza dei numeri (i radicali sono sempre stati quattro gatti, anche se da soli – sulle iniziative di loro interesse – facevano più rumore di tutti gli altri messi insieme). E con in meno l’esperienza, la capacità tecnica nell’interpretazione delle leggi e dei regolamenti parlamentari, e la coerenza dei riferimenti ideali all’interno di un quadro di valori chiaro e definito, che il 5 stelle è lungi dall’aver ancora cominciato ad elaborare.

Lo stallo e la cecità dei partiti, “Piccolo”, 11 aprile 2013, p.1, La cecità di questi partiti, “Mattino”, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, p.4

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