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Le prospettive del governo Letta

Dopo l’elezione di Napolitano, era chiaro che la scelta sarebbe stata sua e soltanto sua: del presidente. E il Partito Democratico, più di tutti gli altri, non avrebbe potuto che adeguarsi: era questo il prezzo della rielezione, da lui preteso e ottenuto. Napolitano aveva posto due condizioni: una tempistica rapidissima (dopo che si è aspettato vanamente per sessanta giorni un governo: un’era geologica per un paese in crisi, che ha bisogno di affrontare scelte difficili con decisioni rapide) e un profilo governativo marcato, senza ambiguità.

Con la scelta di Enrico Letta, il presidente Napolitano ha fatto una scelta forte, con un profilo decisamente politico, facendola passare quasi per un atto dovuto. In questo ha certamente vinto Berlusconi: che da subito ha preteso un governo politico, facendolo ingoiare anche al PD, che avrebbe preferito una scelta più defilata (come aveva detto Rosy Bindi, affettuosamente impallinando in anticipo l’incarico a Letta, e facendo l’ennesimo errore di valutazione).

Paradossalmente, un governo Letta (guidato dal numero due del PD) potrebbe risultare assai più forte di un governo Bersani (guidato cioè dal numero uno). Bersani, fino a ieri dominus incontrastato del partito, ha vagheggiato per quasi due mesi, in maniera alla fine inconcludente, un ‘governo di minoranza’, a tempo limitato, con pochi punti in agenda, appoggiato in qualche modo dalle altre forze politiche, a partire dal Movimento 5 stelle: che sarebbe stato fortemente ricattabile, nel contesto del risultato elettorale. Letta invece, leader della corrente più piccola in assoluto tra quelle che compongono il vasto notabilato democratico, una maggioranza ce l’avrà eccome: per giunta garantita dal presidente della repubblica. E potrebbe per questo allargarsi ad una agenda più ampia e per un tempo, potenzialmente, più lungo. Se andassero in porto le riforme principali – da quelle economiche a quelle sui costi e l’inefficienza della politica, e l’improcrastinabile riforma elettorale, nell’ambito di un programma di fatto delineato dai saggi nominati da Napolitano – in fondo, l’urgenza di rivotare si stempererebbe: con l’interessato consenso dei parlamentari (non solo dei partiti che sosterranno il governo), per i quali evitare il ricorso alle urne è uno scampato pericolo. Un tempo più lungo, tra l’altro, consentirebbe di far dimenticare il peccato originale da cui il governo è nato: e in particolare, per il PD, il tradimento della promessa “con Berlusconi mai”, che ha caratterizzato una campagna elettorale che si dava già acquisita con una vittoria trionfale, finita invece in una Caporetto sostanziale.

Per Letta si tratta di una grande chance. Quarantasei anni – quindi ancora giovane, rispetto agli standard cui ci ha abituato la politica italiana – ha in fondo studiato da premier da sempre. Vanta un curriculum di rilievo: per aver lavorato con Andreatta, di cui era pupillo, per essere stato ministro dell’industria con D’Alema e Amato, e sottosegretario con Prodi. E competenze economiche riconosciute, che ne hanno fatto una delle non molte figure, non solo del PD, in grado di non sfigurare nei consessi, anche internazionali, dove si parla seriamente di contenuti. Alla Monti, per intenderci: della cui figura è estimatore e del cui governo è stato un entusiasta sostenitore. Decisivo sarà inoltre il network di persone – tecnici e politici – e la cospicua rete di relazioni previdentemente bipartisan che è riuscito a muovere in questi anni intorno alle sue iniziative (dal centro studi Arel al think tank VeDrò), tra i quali sceglierà anche alcuni dei suoi ministri. Ciò che gli offre, potenzialmente, buone possibilità di fare squadra.

Il PD gli riserverà forse un atteggiamento meno benevolo e meno unanime di quello riservato inizialmente a Monti (arrivato sull’onda dell’invocazione salvifica dei tecnici: ora invisi alla popolazione quanto i politici). Anche perché è oggi più diviso di prima: e una parte di esso – quella che guardava a SEL e al M5S, costitutivamente alternativa a Berlusconi: un rospo obiettivamente difficile da ingoiare per l’elettorato democratico – già si posiziona in maniera guardinga. Ma dovrà fare buon viso a cattivo gioco, per mancanza di alternative percorribili. Ciò che potrebbe aiutarlo nel compito di costruire quel “governo di servizio” che il paese, comunque, attende. Quello che è certo è che oggi Enrico Letta, da eterno emergente, diventa una figura di rilievo nel paesaggio politico del paese, con importanti ricadute anche interne al PD: e la possibilità di influenzare l’emergere di una nuova generazione anche ai vertici del partito.

Un’occasione da sfruttare fino in fondo, in “Il Piccolo” Trieste, 25 aprile 2013, p. 1

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