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Renzi vs. Bersani: perché lo scontro di oggi non sarà come le primarie di ieri

Lo scontro Bersani vs. Renzi non è finito con le primarie. Perché non è lo scontro tra due persone: è nella logica delle cose. Solo che adesso, a differenza di prima, è un duello ad armi pari, o quasi. E solo adesso prevede davvero, come tutti i duelli, un vincitore e uno sconfitto, senza recuperi, senza rivincite, senza vie d’uscita. Uno dei due, di fatto, sparirà dalla scena: o almeno dall’elenco degli attori protagonisti.

Nella battaglia delle primarie – che è di pochi mesi fa, ma sembra già passata un’era geologica della politica – c’era un segretario di partito, Bersani, saldamente in sella, sostenuto dalla stragrande maggioranza del ceto dirigente del PD, dalla quasi totalità dei parlamentari, dalla stragrande maggioranza dei sindaci e degli amministratori locali, praticamente dalla totalità dei funzionari, dei nominati negli enti, e dalla maggioranza relativa degli iscritti. Soprattutto, c’era il leader di un partito dato per vincente alle elezioni, un primo ministro in pectore, cui si richiedeva affidabilità, fiducia, stabilità. Mentre dall’altra parte c’era un giovane sfidante, Renzi, un sindaco rampante, sfrontato e mediaticamente efficace, dalla popolarità in ascesa ma per niente attestata, e troppo fresca, troppo recente: che intercettava un malcontento del popolo di centrosinistra e non solo, sentiva il cambiamento dei tempi e lo interpretava, ma poco più di questo. E infatti, in una battaglia elettorale che, anche per le regole dettate (dalla parte risultata vincente), voleva coinvolgere ma non troppo, includere l’elettorato garantito del centrosinistra (che si pensava sufficiente) ma non altri, Bersani vinse nettamente, all’incirca 60 a 40, e Renzi ammise la sconfitta e se ne assunse interamente e personalmente la responsabilità, aiutando il vincitore alle elezioni.

Oggi la situazione è quasi rovesciata, o comunque assai più equilibrata. Bersani è ancora il leader del partito, ma assai meno saldamente di prima. Il grosso degli eletti e, come sempre, la quasi totalità dei funzionari, è ancora con lui. Ma è il leader di un partito che ha perso nettamente consenso, che ha “non vinto” delle elezioni che credeva di avere stravinto (ricordate? Anche se prenderemo il 51% dei voti ci comporteremo come se ne avessimo preso il 49%…), che non è riuscito a dare una maggioranza e assumere un mandato di governo pieno, anche per una lunga serie di errori propri, oltre che per una situazione oggettivamente difficile. Un partito nel pieno di una parabola discendente di consenso, anche se tuttora fondamentale per gli equilibri politici del paese. Oggi si sa che, se si andasse ad elezioni con la stessa squadra, lo stesso progetto e lo stesso leader, il consenso sarebbe in calo ulteriore, e corrisponderebbe a un suicidio politico. Mentre Renzi è in una posizione più forte di prima. Ha avuto una posizione leale durante la campagna elettorale, sostenendo il suo avversario, guadagnando così consensi anche all’interno del partito. Ora però tira fuori i suoi argomenti e le sue critiche: che non sono tattici, ma strategici, essendo gli stessi argomenti e le stesse critiche espressi durante la campagna elettorale per le primarie. E soprattutto gode di un consenso nel paese saldamente al di sopra – quasi doppio – di quello del suo antagonista interno, e di tutti gli altri leader di partito. L’unico, oltretutto, che intercetterebbe un consenso maggiore, alle elezioni, anche da parte dell’elettorato di centrodestra e grillino. Questo era vero anche ai tempi delle primarie: ma allora il PD era convinto di essere il futuro partito di governo, e quindi non ha voluto vederli questi dati, convinto che con Bersani avrebbe preso qualche voto in meno che con Renzi, ma comunque abbastanza per vincere e governare. Oggi non è più così.

Con il sostanziale fallimento del tentativo di formare un governo, finisce un ciclo politico del Partito Democratico. E anche la leadership di Bersani. Si riapre una partita tutta nuova. Che vede in palio la leadership del centrosinistra ‘di governo’, ovvero la figura del futuro aspirante premier, e quella della segreteria del PD. Un ricambio sarà inevitabile. A seconda delle forze e dei leader che prevarranno, il PD può sperare di invertire la sua parabola discendente, o proseguirla.

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