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Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


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Riprendiamoci il PD

Suicidio non assistito di una leadership. Eutanasia di un partito. Non si può definire altrimenti la responsabilità – anzi, l’irresponsabilità – di un’intera classe dirigente del Partito Democratico, che ha gettato al vento tutte le possibilità attuali del centrosinistra di incidere seriamente sulla leadership del paese. E di giocare un ruolo utile per cambiarlo, il paese.

Sul presidente della repubblica, il PD, con la metà dei grandi elettori, ha finito per giocare un ruolo secondario, marginale.

Sul governo, stessa cosa. Ormai Bersani è fuori gioco. E le carte sono tutte in mano al prossimo presidente della repubblica, non certo al primo partito italiano, da oggi probabilmente ‘ex’ tale.

Ma il problema è ancora più grande: di senso. “Dare un senso a questa storia”: ricordate? Ecco, negli ultimi tempi non ce l’ha più avuto, un senso. E’ tutto da costruire.

Tuttavia questa crisi, drammatica, è forse il solo modo che ha il PD di salvarsi, e soprattutto di salvare la capacità residua, che ancora contiene, di ascoltare una parte almeno del paese, di interpretarne le difficoltà e i bisogni, di saper immaginare l’uscita da una gravissima crisi di sistema (economica, sociale, civile): da cui Montecitorio, e le assemblee di partito, sembrano ancora mille miglia lontani.

Forse solo oggi, di fronte a una catastrofe politica senza precedenti, alla base in rivolta, alle sedi occupate, alla dirigenza dimissionaria, è possibile che il PD faccia finalmente chiarezza al suo interno. Liberandosi di un ceto dirigente incapace, con tutta evidenza, di ascoltare non solo il paese, ma i suoi elettori e, peggio ancora, i suoi stessi eletti. Capendo che sta attraversando una crisi che non è di tattiche e tatticismi, ma di strategia, di progetto. Producendo una nuova leadership, e soprattutto una nuova idea del paese, un nuovo modo di rappresentarlo, una diversa proposta su come governarlo, di come aiutarlo, di come coinvolgerlo, di come farne emergere le energie migliori.

Dovrà essere una lotta franca, aperta, e anche brutale. La politica ha bisogni di morti e feriti, di battaglie, di catarsi, per rinnovarsi. Simbolici, per fortuna. Il conflitto politico è una grande forma di innovazione e di pulizia interna, per le società: una metafora e un simbolo, ma anche un metodo pragmatico e non violento per risolvere le controversie. Le vie d’uscita, in situazioni d’emergenza, non sono mai pacifiche: devono essere radicali, e le scelte nette. Padri contro figli, lotte fratricide. Ma il conflitto politico è l’unico modo – sano, positivo – di evitare la guerra, quella vera (il conflitto sociale, la violenza), in cui il prezzo lo pagano gli innocenti: un paese in crisi, senza governo e senza futuro, in questo caso.

Ci sono nomi che dovranno necessariamente sparire: dalle poltrone, dalle possibilità di carriere istituzionali, ma anche dalle pagine dei giornali, dalle interviste, dai consigli non richiesti. E altri dovranno emergere: nella chiarezza di uno scontro frontale ma aperto tra visioni diverse della società e dei suoi cambiamenti, prima ancora che del partito, e tra leadership. Il PD finora questo conflitto lo aveva sopito, mediato, interiorizzato, in certa misura cooptato. Ora non è più tempo: la sua base questo non lo accetterebbe più. E il paese non ne ha bisogno.

E’ l’Italia, non solo il PD, ad avere bisogno di una nuova classe dirigente, più giovane, figlia di logiche diverse, non logorata da appartenenze quasi tribali che risalgono alla prima repubblica, e da visioni del mondo che in larga misura risalgono al secolo scorso: a prima di internet e della globalizzazione, della finanziarizzazione dell’economia e del più grave malessere sociale e morale, prima ancora che economico, dai tempi della seconda guerra mondiale. Un’era geologica fa, in politica.

Autoconvochiamoci. Occupiamo le sedi del PD. Ma pacificamente, per discutere, per riprenderlo in mano. Il PD è degli iscritti, non dei dirigenti. Che sono tali se ne rappresentano la volontà e ne interpretano il sentire. Se li sanno guidare con intelligenza, e sapendoli ascoltare. Se non lo fanno, non hanno il titolo per dirigere ancora. Teniamoci il PD. Cambiando quello che non va. Possiamo farlo: insieme. Al di là degli schematismi del passato. Anche quelli delle primarie. E’ un’altra partita, adesso. Più ampia ancora. Più importante. Ne vale la pena.

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