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Elezioni: le ragioni dell’astensionismo

La notizia del giorno è il forte incremento dell’astensionismo. Certo, c’è il buon risultato del centrosinistra, con conseguente calo del centrodestra: di cui in molte realtà dovremo attendere la conferma ai ballottaggi. E il crollo del Movimento 5 Stelle. Ma lo spostamento di voti più importante è quello nella direzione del non voto.

La tendenza all’astensionismo viene da lontano. E non è esclusiva dell’Italia. Al contrario, il nostro paese ha sempre avuto percentuali di partecipazione al voto al di sopra della media europea e occidentale. E da vari studiosi questo era ritenuto un elemento di ‘primitivismo’, di acquisizione solo recente dei principi democratici, non di maturità del corpo elettorale. E’ nelle dittature, nei plebisciti, che la partecipazione – in quanto obbligatoria – è maggiore. O nelle democrazie solo formali: non a caso in Italia si vota di più al sud, dove il tessuto civile è più debole, il voto di scambio e clientelare più frequente, e la democrazia più inquinata. Al contrario, una bassa partecipazione è considerata da alcuni analisti un segno di stabilità acquisita dei meccanismi democratici: se uno pensa che votare sia irrilevante, significa che in fondo chiunque vinca garantisce il rispetto di un insieme di fondamenti del vivere comune. Il che può essere vero nei paesi di forte tradizione civica, oltre che di acquisita solidità democratica.

La disaffezione al voto degli italiani non appartiene a questa categoria. Precisamente perché gli italiani fino a qualche tempo al voto erano affezionati, la nostra democrazia è relativamente recente, e il senso civico e l’idea di appartenenza assai deboli. Se si sono dis-affezionati, deve essere successo qualcosa. Il calo non è lento e tendenziale, come è stato altrove, ma veloce e drammatico: quasi il 15% in meno, in media, tra questa tornata elettorale amministrativa e la precedente. Ma con punte che superano il 20% in molte realtà, tra cui Roma, dove ha votato poco più della metà del corpo elettorale (mentre già alle elezioni siciliane dell’ottobre scorso si era andati sotto la metà).

E’ da parecchio tempo che gli osservatori denunciano il crescere della valanga dell’astensionismo – il non voto è già da svariate tornate elettorali il primo partito – e ne prevedono l’ingrossarsi. L’astensionismo può avere molte buone ragioni: la disaffezione verso un sistema che non garantisce governabilità e decisioni efficaci; il disgusto nei confronti di partiti che, da vent’anni, promettono di cambiare e non lo fanno. Può originare da una situazione di corruzione endemica che ci fa sentire impotenti: tanto più in una situazione di crisi di cui non si vede via d’uscita. Può derivare da un’offerta politica inadeguata: non a caso i nuovi partiti godono almeno in una prima fase di successo, che possono capitalizzare se riescono a consolidarlo con politiche adeguate. Può derivare dal bisogno di un personale politico differente: i nuovi leader potenziali, se percepiti come diversi dall’establishment, riescono ad avere una capacità attrattiva molto forte. Si può fare anche una lettura sociologica, legata alla progressiva individualizzazione e privatizzazione degli orizzonti di vita: si vive più soli, ci si chiude nelle proprie case, si disinveste dalla comunità. Ma tutto ciò non basta a spiegare il fenomeno nella sua nettezza.

Quello di cui non ci si accorge è che alla politica politicante il non voto non fa nessun problema. Ai ceti dirigenti dei partiti la diminuzione della partecipazione, come il calo degli iscritti, in fondo, va benissimo. Perché riescono a controllare meglio voti e carriere. Perché, alla fine, se cala l’elettorato, la dimensione della classe politica comunque non cambia: non è che non partecipando eleggiamo meno politici (se fosse così, la partecipazione crollerebbe, e forse sarebbe sano: la sola spallata veramente definitiva all’agonia di una seconda repubblica che non si decide a finire). E quindi, per i politici di professione, non cambia nulla: anzi, gli si semplificano i compiti. Basta indirizzare la ricerca del consenso a quei pochi, sempre meno – e quindi con meno costi – e il successo è più facilmente a portata di mano. Lo dimostrano i commenti per niente trattenuti, anzi trionfalistici, di chi vince alle elezioni: anche in questa occasione. Che parlano di politica premiata, di scelte condivise. Mentre la disaffezione dimostra, al contrario, che la politica viene punita, e le scelte sono tutt’altro che con-divise, cioè divise insieme. Il problema è che così la malattia si diffonde, e il corpo elettorale ne risulta fortemente indebolito. Mentre il potere dei partiti, intesi come ceti chiusi, paradossalmente, si rafforza. Certo, è una scelta miope, di breve termine: che prepara catastrofi maggiori anche per loro. Ma da tempo ormai la politica vive nella prospettiva delle prossime elezioni, non delle prossime generazioni. Per questo non cambia. Solo che, con un astensionismo in crescita a questi ritmi, rischiano di andare in crisi i meccanismi, le ragioni e l’idea stessa di democrazia rappresentativa. Con il rischio di aprirsi a scenari per niente augurabili.

Il paradosso della fuga dalle urne, in “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, 30 maggio 2013, p. 1

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