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Governo Letta: il paradosso del consenso

Il governo è nato male. In maniera imprevista. Quasi non voluto, non pianificato, non progettato. Per mancanza di alternative, insomma. Non però nella logica della grosse koalition: ci mettiamo insieme perché il risultato elettorale non ha dato la vittoria a nessuno, e sulla base di un programma concertato su alcuni punti caratterizzanti governiamo ponendo le basi per il ritorno a una situazione di alternanza. Ma sull’onda dell’emergenza: ci mettiamo insieme perché il risultato elettorale non ha dato la vittoria a nessuno, ma anche perché il paese, stremato dopo due mesi di inutili tentativi, ha bisogno di un governo purchessia; e allora, sferzati dal presidente della repubblica e per suo impulso, governiamo tutti, decidendo il programma strada facendo. Con una nota di furbizia italica e partitica che fa a pugni con la severa logica istituzionale della grande coalizione nazionale.

Su questa ambiguità di fondo, si è mosso il presidente del consiglio Letta: indicando alcune priorità ragionevoli nel suo discorso di insediamento, ma di fatto non concordandole veramente con i partiti. Che infatti si sono mossi per conto loro, cercando di imporre le loro, di priorità: quasi fossero ancora in campagna elettorale. Il PDL, in maniera determinata, con la vicenda Imu, a costo di mettere in difficoltà il governo pur di portare a casa una vittoria simbolica su una propria battaglia. Il PD, in maniera più confusa (anche perché si trova nel difficile ruolo di non potersi differenziare troppo dal premier, che è sua espressione), senza caratterizzarsi veramente su delle proposte spendibili e di effetto immediato.

Il governo Letta è partito quindi con un moderato consenso. Non travolgente, rispetto alla poderosa maggioranza, elettorale e ancor più parlamentare, che lo sostiene. E inferiore anche rispetto ai governi che lo hanno preceduto, che un periodo di luna di miele con il paese l’avevano pur avuto. Oggi gli italiani, già scottati dal governo dei tecnici presieduto da Monti, accolto all’inizio addirittura con entusiasmo, sono giustamente più cauti nel manifestare fiducia, figuriamoci un ottimismo che la crisi, del resto, non consente. Come sempre, rispetto agli inizi, il consenso al governo è in discesa (alcuni sondaggi lo danno al 31%, la metà della maggioranza teorica su cui può contare). Ma forse più responsabilità della litigiosità dei partiti che lo sostengono, che del presidente del consiglio. Perché da un lato gli italiani si stanno abituando all’idea di avercelo, per lo meno, un premier e un governo: e trovano la cosa tranquillizzante, sul piano psicologico prima ancora che su quello politico. Dall’altro vorrebbero vederlo operare su cose concrete, sulle misure di rilancio economico, in particolare: e non dover correre dietro alle priorità individuali su cui i partiti, più che sostenerlo, cercano di farlo inciampare.

Si spiega così, probabilmente, il fatto che mentre la fiducia nel governo – dando i partiti alleati un’immagine di incoerenza – è in calo, la persona di Letta sia in realtà apprezzata, e che, in particolare, lo sia più dei leader dei partiti che lo sostengono. I sondaggi sono concordi nel metterlo secondo solo a Renzi, che pur sostenendo il governo incarna una potenziale futura alternativa ad esso, e ben davanti a Berlusconi e Monti, per non parlare di Epifani e Alfano (ma anche dell’oppositore Grillo).

Nella contraddizione tra la fiducia al governo e quella nella sua persona sta la scommessa di Letta, la sua potenzialità positiva, la sua prospettiva di durata. Poiché i partiti avrebbero molto da perdere nella sua caduta, hanno interesse a sostenerlo. Il pericolo maggiore sta invece proprio nel protagonismo dei partiti, che, nella ricerca di un maggiore consenso, da spendere alla prima occasione, rischiano di essergli di poco aiuto e di molto disturbo.

Il governo e i paradossi del consenso, in “il Piccolo” Trieste, p.1, 27 maggio 2013

La scommessa sulla durata del governo, “il Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, p.1 27 maggio 2013

Un governo a corto di fiducia, in “Messaggero veneto”, p. 1, 27 maggio 2013

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