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Il cinismo sull’Imu

No taxation without representation: non paghiamo le tasse se non possiamo avere rappresentanti che decidano come imporle. Nasce così, grazie ai coloni americani ribellatisi alla corona britannica, uno dei principi fondamentali della democrazia.

Da allora le tasse sono la normalità della vita collettiva democratica, fortemente intrecciate proprio con l’idea di democrazia sostanziale. Perché non c’è democrazia reale se questo principio non è applicato. Al punto che dovrebbe valere anche il contrario: no representation without taxation. Chi non paga le tasse non dovrebbe nemmeno avere il diritto di votare, né di essere eletto, e quindi di decidere i criteri dell’imposizione fiscale. Ma è un problema che altrove, in questi termini, non si pone: le tasse normalmente si pagano, e normalmente si vota e si è votati.

Nel nostro paese, dove la normalità è un optional e l’irregolarità è norma, le cose non funzionano così. Si ragiona poco sul principio generale: e su come è malissimamente applicato. Ma in compenso si vive in una situazione perversa: e le tasse diventano argomento di scambio elettorale, anziché di principio.

La situazione infatti è che, per un paradosso sconcertante che non riesce a diventare scandalo reale (lo è solo in maniera verbale, rituale, nei giorni in cui compaiono i dati aggregati sulle denunce dei redditi: poi basta), le tasse le pagano solo alcuni: chi guadagna meno, oltre tutto. Il lavoro dipendente, i pensionati. Il lavoro autonomo ha mille modi per limitare il fastidio. E c’è una colossale fetta di economia illegale, che non è solo quella criminale, che il problema nemmeno se lo pone, dall’origine: con il lavoro nero, l’evasione dell’iva, l’inadempienza fiscale diffusa.

In più c’è il problema economico, che la crisi ha posto in drammatica evidenza. Che il lavoro paga troppe tasse (un’imposizione fiscale tra le più alte al mondo, e salari tra i più bassi dei paesi sviluppati – e per giunta con servizi scadenti in cambio), la rendita finanziaria ne paga pochissime, e altri settori semplicemente le evadono. Mentre i patrimoni, in generale, sfuggono alla tassazione.

In questa situazione tutti sanno benissimo che la priorità è diminuire la tassazione sul lavoro e sull’impresa in maniera consistente. Per un elementare principio di equità fiscale, e per far ripartire l’economia, nell’interesse di tutti. E invece si assiste di nuovo a uno sconcertante ricatto sull’Imu, la tassa sulla casa. Diciamolo con chiarezza: pagare una tassa sulla proprietà della casa è normale. Il problema è che si dovrebbe trattare di una tassa proporzionale al valore della medesima, con larghe fasce di esenzione automatica per i redditi più bassi, e una modulazione differenziata per le attività produttive. Anche perché è una delle poche tasse sulla ricchezza reale che c’è nel paese. Mentre l’assurdo è proprio l’iniqua tassazione sul lavoro, che penalizza le nostre imprese di fronte alla concorrenza e non favorisce l’assunzione di lavoratori. Inoltre l’abolizione dell’Imu, una delle poche imposizioni fiscali che va in parte a favore dei comuni, li lascerebbe a secco di risorse necessarie per i servizi essenziali e per le emergenze sociali, che con la crisi si sono acutizzate (risorse che gli andrebbero comunque stornate in qualche modo, da parte dello stato: e quindi si tratterebbe solo di una partita di giro).

Di fronte a questa evidenza il ricatto politico di Berlusconi sull’Imu (o la abolite o tolgo la fiducia) si manifesta come una pura operazione di cinismo elettorale, volta al solo scopo di guadagnarsi una facile popolarità a poco prezzo, in caso di voto anticipato, che Berlusconi in questo momento auspica, essendo favorito nei sondaggi, e con un nemico a sinistra, il PD, in evidente stato di debolezza e di crisi confusionale. Ma è una operazione fatta sulla pelle del paese: che mostra come la fiducia a questo governo rischi di essere, da parte di alcuni, meramente strumentale. Per avvantaggiare il proprio partito, non per aiutare davvero il paese.

Imu, ricatti sulla pelle degli italiani, in “Messaggero Veneto”, 9 maggio 2013, p.1 (anche “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi” 13 maggio, p.1)

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