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La segreteria Epifani e il declino del PD

Come nel febbraio 2009, quando si dimise Veltroni, così oggi. Il Partito Demoratico, nel momento che dovrebbe essere della catarsi, della presa di coscienza, della consapevolezza, che è anche inevitabilmente il momento del conflitto, rinuncia, si ritira, si chiude, rinvia.

Anche allora, quando se ne andò il padre fondatore del PD, avrebbe dovuto trovare il coraggio di discutere, di dividersi, di crescere: facendo emergere le posizioni diverse, i conflitti latenti, chiarendo la linea politica, scegliendone una, una volta per tutte, e perseguendola. L’oligarchia del partito, i capicorrente (oggi sempre più generali senza truppe, che generano più interviste che proposte), i continuisti dei partiti precedenti, delle differenze non chiarite, per paura e abitudine al compromesso, all’indeterminatezza, al galleggiamento, preferirono trovarsi un reggente, per continuare a fare quello che avevano sempre fatto: governare nell’ombra, e costruire progetti e carriere personalistiche e di gruppo, discutendo ovunque tranne che nei luoghi deputati a farlo, gli organismi di partito. E, soprattutto, scelsero di non fare un esame di coscienza, meno che mai in pubblico. La politica come cosa tra pochi, per esperti, per professionisti, nell’ombra.

Oggi è lo stesso. Pur di non riconoscere i propri errori, pur non di non lottare a viso aperto tra progetti palesemente contrapposti, l’oligarchia, al di fuori di qualsiasi organismo legittimato a farlo, in un caminetto fuori stagione, si è scelta un traghettatore: peccato che, non avendo chiarito per fare che cosa, e con chi, non sappia verso dove, in quale porto sicuro. E naviga a vista.

Nel 2009, dopo la rinuncia di Veltroni, il reggente (e già in questo ricorrere a figure desuete, precarie per definizione – il reggente, il traghettatore – c’è il segno di una sconfitta culturale e di un’incertezza sostanziale) fu Franceschini. Oggi, dopo il fallimento di Bersani, è Epifani. Ieri come oggi il segretario a tempo, a scadenza, è già pronto a durare, ripresentandosi candidato al congresso – premurandosi di sottolineare, in un profluvio di interviste, di non aver ricevuto un mandato a termine. Franceschini non ci riuscì. Epifani difficilmente sarà più fortunato. Ma intanto, è seduto al timone. Non perché trovi un partito convinto intorno a sé (anzi, è meno convinto di quando scelse Franceschini): ma perché lo trova più stremato, ridotto ai suoi minimi storici, come iscritti e come elettorato, e senza un progetto, bisognoso quindi di una guida. In fondo, come il governo Letta: in crescita nei sondaggi non sull’onda dell’entusiasmo popolare, ma perché c’è bisogno di un governo, semplicemente. Per estenuazione: perché gli italiani, e con essi gli elettori del PD, stremati, vogliono un governo purchessia, e si accontentano di un partito purchessia. Alla cui ombra l’oligarchia di sempre – mutata in parte nei volti, ma non nei metodi – si garantisce i propri spazi di sopravvivenza. Senza un chiarimento, e quindi senza un progetto.

C’è una differenza, rispetto al 2009. Allora Veltroni si dimise per dare uno scossone al partito, per costringerlo a scegliere: assumendosi tutte le responsabilità della sconfitta, e chiedendo scusa per non avercela fatta. Oggi non è così. Bersani si è dimesso per il fallimento della propria linea politica, ma senza comprendere che il disastro elettorale è stato innanzitutto la sconfitta politica e culturale della metà abbondante del partito vincente alle primarie, della sua idea di società, del suo modello di organizzazione. E nessuno, nel PD – né alla direzione nazionale del dopo elezioni, né all’ultima assemblea dei delegati – ha chiesto scusa per aver portato il partito allo sfacelo, e il paese alla mancanza di alternative.

Ecco perché la cerimonia poco esaltante di un’assemblea eletta con i criteri e in base alle divisioni di un’era geologica fa, che con appena la metà dei suoi delegati presenti, senza alcun vero dibattito e senza alcun entusiasmo, ha eletto il suo nuovo segretario, è sembrata un rituale stanco, poco convincente: più un funerale senza salma che il battesimo di una nuova creatura. Per giunta di quelli cui partecipano anche i parenti lontani, e non credenti, pensando ad altro o chiacchierando all’ingresso. Facendo finta di niente. O peggio, per dirla con Ennio Flaiano, facendo finta di tutto.

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