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Perché non rimpiangeremo Rivoluzione Civile

La politica, come la natura, è spreco. Non solo nel senso cui ci ha abituato la doverosa critica agli sprechi della politica. Ma anche in senso darwiniano. Solo le specie più adatte sopravvivono, mutando secondo i cambiamenti dell’ambiente. E molti individui nascono, per consentire che pochi solamente sopravvivano.

Se ci aggiungiamo un riferimento al “curioso caso di Benjamin Button”, dal film con Brad Pitt che descriveva un bimbo nato con le sembianze di un vecchio, e progressivamente ringiovanito, ci troviamo davanti alla perfetta descrizione della parabola di Rivoluzione Civile, il partito guidato dal magistrato Antonio Ingroia. Salvo che in questo caso Benjamin Button, nato vecchio, è morto assai prima di poter ringiovanire: e Ingroia, naturalmente, non è Brad Pitt.

I promotori di Rivoluzione Civile, con un laconico comunicato in puro politichese, “hanno deciso all’unanimità di considerare conclusa questa esperienza. Il risultato insoddisfacente delle elezioni politiche del febbraio scorso ha indotto ognuna delle componenti a una riflessione profonda della nuova fase politica al proprio interno”. Così la nota, firmata da Antonio Ingroia (Azione Civile), Angelo Bonelli (Verdi), Luigi De Magistris (Movimento Arancione), Oliviero Diliberto (Pdci), Antonio Di Pietro (Idv), Paolo Ferrero (Prc) e Leoluca Orlando (Rete2018). Generali senza truppe, per lo più: come dimostrerà la durata futura delle sigle citate, che già corrispondono a un malcerto presente. E la neonata sigla, Azione Civile, inventata da Ingroia stesso: che durerà lo spazio del suo annuncio.

Non poteva finire altrimenti. Innanzitutto per la personalità del leader Antonio Ingroia, magistrato anche troppo mediatizzato, troppo incensato, troppo autoindulgente, troppo presto esaltato al ruolo pubblico di eroe civile: la cui parabola finisce con la destinazione finale in un tribunale della Valle d’Aosta che vale come esilio simbolico e come dantesco contrappasso politico, e che rimarrà nell’immaginario politico italiano più per l’imitazione del comico Crozza che per la solidità e l’interesse dell’originale.

Naturalmente, se la proposta di Rivoluzione Civile non ha avuto successo, le ragioni – al di là di quelle personali, legate al leader – ci sono. E, prima ancora che i contenuti del progetto politico, riguardano le sue forme. Che sono quelle del narcisismo minoritario, la sindrome della purezza (morale in primo luogo: considerata in maniera monopolistica come patrimonio personale ed esclusivo), il radicalismo protestatario. Significativa di questi elementi la performance di Ingroia a Ballarò, quando evocava, di fronte a uno sconcertato Floris, la presunzione di colpevolezza e il sequestro preventivo dei beni per i possessori di patrimoni di qualsiasi tipo non esattamente compatibili con le dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche, azzerando come se niente fosse – e da parte di un serafico magistrato! – il principio fondamentale della presunzione di innocenza, su cui nasce la civiltà giuridica occidentale.

La pochezza anche delle altre leadership del partito ha fatto il resto. Residui di un movimentismo istituzionalizzato in micro partiti spesso personalistici, ancora figli della logica della scissione (sempre ricomposta per fini elettorali, e mai con successo: si ricordi la parabola della Sinistra Arcobaleno), capaci di sopravvivere ai disastri politici più radicali senza mutare ruolo né pensiero. Vale per la rinnovata Rete: che è Orlando. Vale per i vari frammenti sopravvissuti della tradizione comunista più o meno diversamente declinata. Vale per i Verdi: assassinati da una leadership insipiente quanto iperpoliticizzata, che è riuscita nel miracolo tutto italiano di rendere politicamente irrilevante l’opzione ambientalista (presente invece praticamente in tutta Europa, a livello nazionale e soprattutto locale), nonostante l’aumentato interesse popolare per i temi ambientali e della sostenibilità. Vale infine per Italia dei Valori: figlia del mito di Di Pietro, il magistrato senza macchia e senza paura, che ha conosciuto una stagione di successo, intercettando un sentire diffuso nel paese. Ingroia ha voluto reincarnare questo mito e questo bisogno (su cui la sinistra italiana avrebbe qualche interrogativo da porsi: la salvezza che può provenire solo dalla magistratura, i partiti di sinistra come partiti dei magistrati. Con il paradosso di una presenza assurdamente alta, rispetto ad altri paesi, di magistrati in politica, che ha prodotto l’incapacità di fare una decente riforma del funzionamento della giustizia – e Dio sa se ce ne sarebbe bisogno, essendo la malagiustizia una delle grandi ingiustizie e delle peggiori disfunzioni del paese – in gran parte per il veto degli interessati…). Senza avere avuto né il successo di Di Pietro come magistrato, né un bagaglio di inchieste concluse con successo di eguale impatto, né la personalità un po’ furba e un po’ guascona, e nemmeno il carisma, di cui Tonino per una certa stagione è stato certamente portatore.

C’è poco da essere soddisfatti, tuttavia, di questo prevedibile e al contempo prematuro declino. Altri partiti, quanto a distanza tra leadership e base, non stanno meglio. E Rivoluzione Civile, in potenza, rappresentava contenuti di legittima protesta politica e malcontento sociale – e, nonostante i limiti evidenziati, anche di proposta – che avrebbero bisogno e diritto ad una voce, anche in parlamento: e che avrebbero bisogno di trovare orecchie disponibili all’ascolto anche presso un governo già distante, per propria logica, dalle dinamiche sociali. Perché si tratta di un pezzo di paese che, se non ascoltato e non rappresentato, rischia di finire anch’esso nell’astensionismo disilluso (che non sarebbe un guadagno per nessuno), o nella protesta di piazza: che, come la storia recente ci insegna, finisce spesso per essere gestita ed egemonizzata da altri, per altri fini.
La parte migliore dell’esperienza di Rivoluzione Civile – quella di base, quella non partitica, quella che rappresentava un’onesta fetta di associazionismo e di individui alla ricerca di un impegno civile diverso – è rimasta di nuovo orfana di rappresentanza politica. E almeno in parte la cercherà di nuovo, nonostante le delusioni. Per alcuni accontentandosi dell’offerta del Movimento 5 stelle (più problematica, per questa cittadinanza aliena al messianismo grillesco). Per altri ricadendo nel minoritarismo extraparlamentare, dopo tutto tanto soddisfacente dal punto di vista morale, in quanto condita dalla presunzione di sentirsi migliori (spesso giustificata, ma nondimeno problematica). Mentre già ha rinunciato a rapportarsi con i partiti storici della sinistra: per loro indisponibilità e probabilmente incapacità strutturale all’ascolto.

Resta il dispiacere di aver visto tanta generosità di base, tanta militanza pulita, tanta voglia di partecipare onesta, tanta passione politica in definitiva, perdersi dietro l’ennesima occasione perduta in partenza, l’ennesimo leader improvvisato, l’ennesimo fuoco fatuo, l’ennesima tragicommedia elettorale. Ma, appunto, la politica, come la natura, è spreco…

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