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Storie di piccola, ordinaria criminalità urbana

Arrestati una decina di ragazzi in un quartiere di Padova, la Guizza, implicati in piccoli e meno piccoli atti di violenza nei confronti di altri ragazzi e ragazze, e adolescenti: da anni. Senza che nulla sia cambiato. Senza che nulla veramente sia successo. Una ‘baby gang’ diventata adulta. Questo lo spunto di partenza.

Destino dei giovani e degli adolescenti. Fanno notizia o come vittime o come aggressori. Qui abbiamo entrambe le categorie: dei giovani abituati a guadagnarsi da vivere, e a dare un senso alla loro vita, con la logica della forza, del branco, della prepotenza; e degli adolescenti, appena più giovani di loro, costretti a subirla. Commettendo a loro volta piccoli crimini casalinghi per alimentare crimini più grandi.

E’ una guerra triste. Che c’entra con l’incertezza identitaria, la potenza del gruppo, il ricatto sessuale, la violenza spicciola, la persecuzione individuale, il gusto perverso della tortura psicologica, il sapore ambiguo della prevaricazione del più debole. Ma anche con altro.

Le gang di quartiere sono un fenomeno diffuso. Negli Stati Uniti lo si studia seriamente dagli anni ’30 del secolo scorso, ma esiste ovviamente da prima. Ci sono stati periodi storici, e contesti, in cui le gang, soprattutto nelle grandi città, erano i veri dominatori dei quartieri; e le guerre per bande definivano il perimetro e i limiti del potere, e il ricambio ai vertici. Oggi c’è una sensibilità maggiore, il cui frutto sono le campagne contro il bullismo, i mediatori nei gruppi tra pari, le pubblicità progresso. Ma il fenomeno non ha smesso di esistere e colpisce come un pugno nello stomaco. Ancora di più quando vediamo che i segni c’erano già, che le persone coinvolte lo erano da anni: e non si è riusciti a fare niente. Né per tutelare le vittime né per far cambiare strada ai carnefici.

Il disagio giovanile è sempre esistito. Il problema oggi è che tentiamo di ridurlo sempre più a una logica individuale. Come se la società non c’entrasse, in fondo. Mentre è solo la società (la società organizzata, e la volontà collettiva di agire) che può rispondere con efficacia.

La devianza in fase adolescenziale fa parte dei meccanismi di formazione dell’identità: così come la scoperta del limite attraverso il suo superamento occasionale, l’accettazione progressiva della regola attraverso l’infrazione alla medesima. Per molti le infrazioni sono minime, simboliche. E diventano una fase dello sviluppo, non un destino.

Per altri il meccanismo non funziona. L’infrazione alla regola diventa abito mentale, e infine mestiere. E ci si prende gusto: perché anche la prepotenza, anche la violenza, dà l’assuefazione, e può richiedere dosi sempre più grandi, per farci stare bene. Finché la volta successiva non diventa una volta di troppo. Proprio come un’overdose.

Dipende dalla volontà dell’individuo, certo. Ma anche dalla società. E dall’avere l’angelo custode sbagliato, talvolta. Per dire che non c’è una regola, e non è quindi facile trovare delle ricette valide per tutti. Le useremmo, se ci fossero.

Ma intuitivamente, qualcosa sappiamo. Sappiamo che la cura migliore è la prevenzione. Che è più efficace, e costa meno: ma che non ci garantisce del tutto. Che la repressione serve, ma arriva quasi sempre troppo tardi. Come per la prevenzione antisismica, come per la salvaguardia dell’ambiente, o la manutenzione delle vie fluviali, sappiamo tutto di quel che bisognerebbe fare: ma poi regolarmente non facciamo nulla e ci limitiamo a pagare i danni a posteriori. In attesa della prossima disgrazia.

E’ un problema più generale della società. Che non fa la società, appunto. Che si accontenta di essere una somma di individui. C’è dietro questo modo di comportarsi una semina culturale, e sottilmente politica, di anni. E c’è un’abitudine a voler investire solo su se stessi, mai sul collettivo. Resistono, a nome di tutti, quel po’ di associazionismo, quei presidi sul territorio che sono i luoghi dell’aggregazione con uno scopo, della socializzazione pulita (dai campi sportivi agli oratori), quel po’ di istituzione che funziona (dalla scuola alla polizia). Ma non basta.

Perché è mancato qualcosa prima. Nelle famiglie che non avevano famiglie amiche con cui sostenersi, luoghi di incontro con cui confrontarsi, servizi sociali con cui rapportarsi, e che troppo spesso agiscono in maniera burocratica e spersonalizzata. Manca, tra questi soggetti (famiglia, vicinato, scuola, servizi sociali, pubblica sicurezza), la capacità di fare rete, di pensare per progetti, di individualizzare e localizzare gli interventi. Il nostro welfare non è finanziato a sufficienza per questo, ma non è nemmeno culturalmente orientato a farlo: è un problema di mentalità, prima che di soldi e di organizzazione.

E’ così che scopriamo, con qualche sgomento, che le cose più difficili sono le più facili: come parlarsi, tra persone e tra servizi, tra uffici, tra organismi, tra associazioni e istituzioni. E inventare strategie, invece che standardizzare procedure. Non c’è spazio, o ce n’è sempre meno, nella nostra società, per questo tipo di interventi. Sapendo che neanche questi ci possono salvaguardare dal fatto che una quota di disagio, di malessere, e purtroppo di delinquenza vera e propria, in una società complessa e assai imperfetta, deviata a sua volta nei suoi fini (il mito del denaro come sola soluzione, per esempio), è fisiologica: si può limitare, ma non cancellare.

Una società rimasta senza senso sociale, “Mattino” Padova, 16 maggio 2013, p.1

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