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Amministrative 2013: vince chi perde meno

I risultati di queste elezioni sono senza ambiguità: nei ballottaggi vince il centrosinistra, e il PD in particolare. Il PDL tracolla. La Lega sparisce. Il Movimento 5 Stelle non ingrana. Ma sarebbe un clamoroso malinteso interpretare i risultati di queste elezioni sulla base dei risultati dei singoli partiti. Il quadro politico è infatti fortemente cambiato.

Il dato politico più forte è certamente la sconfitta pesantissima di Roma. Dove più che il PDL viene punito il malgoverno di un’amministrazione inconcludente. Alemanno porta a casa un risultato modestissimo, per un sindaco uscente, poco più di un terzo dei consensi: il sigillo di un fallimento. E più che il PD viene premiato un candidato atipico, Ignazio Marino, che del PD è innovatore nel merito (è fortemente critico della conduzione nazionale del partito, e dell’attuale formula di governo), nel metodo (fu candidato alle primarie contro Bersani, e in quelle romane ha sconfitto i candidati maggiormente sostenuti dall’apparato) e nella storia personale (non è un politico di professione).

L’altro dato simbolico significativo è il disastro della Lega nella roccaforte di Treviso, patria politica del governatore Zaia. Dove si registra non solo la sconfitta di un progetto politico (Lega e PDL tracollano), ma anche di un candidato d’altri tempi, l’ex-sceriffo Gentilini, che rappresentava un continuismo impresentabile: due mandati da sindaco, altri due da vice-sindaco o sindaco-ombra, e il tentativo di proseguire nell’esperienza a dispetto di tutto, con una protervia degna di un regime. A Treviso ha vinto un candidato giovane e dinamico, Manildo (che tra i leader nazionali si è scelto il sostegno di Renzi), e il bisogno fisiologico di rinnovamento.

Simbolico, a modo suo, anche il risultato di Siena, la città dello scandalo MPS e dell’intreccio tra PD e malaffare bancario. Il Partito Democratico vince comunque, ed era difficile pensare altrimenti, nella città dove la sua banca tutto controlla: ma di misura, e il suo potere ne esce fortemente ridimensionato. Anche a Siena niente sarà più come prima.

Altro dato forte è quello di Brescia, che passa – come Imperia in maniera ancora più netta – dal centro-destra al centro-sinistra, chiudendo una stagione di governo locale non gloriosa.

Ma il problema vero – e il principale dato politico di queste elezioni – è che vincono tutti in discesa: chi vince, è perché perde un po’ meno degli altri. La partecipazione al voto è infatti ormai sotto la soglia psicologica del cinquanta per cento: 48,5%. Un dato mai raggiunto prima, in Italia. Ed in calo anche rispetto al primo turno di ballottaggio, oltre che alle politiche. Più che i flussi di voti da uno schieramento all’altro, quelli da analizzare sono i flussi in uscita dal sistema: più lenti o più veloci, a seconda del radicamento nel territorio, certamente inferiore per il PDL, e maggiore per il PD (ma lo era anche per la Lega, e non lo è più).

Suonano quindi incongrue le dichiarazioni soddisfatte, in chiave nazionale, di Letta, secondo il quale “si è rafforzato il governo di larghe intese”, ovvero l’alleanza innaturale tra PD e PDL. E’ vero il contrario, visto che il PD a livello locale vince come alternativa al centrodestra, non come suo alleato. Per questo suonano fuori luogo le parole dell’ex segretario Bersani, che parla di “vittoria strepitosa” del PD: forse, nel suo vocabolario, farebbe meglio a parlare di “non sconfitta”. Chi pensa che queste elezioni segnalino un’inversione di tendenza del PD in quanto tale, e soprattutto un consenso a questo PD, se si dovesse rivotare a breve alle politiche, si sbaglia di grosso: al massimo si può pensare che sarà punito di meno, visto che il PDL cala molto di più. Ma è altra cosa. E il rischio di una interpretazione consolatoria del voto è semmai che costituisca un alibi per l’autoassoluzione della dirigenza del partito, anziché per una presa d’atto della lunga sequela di errori che ha portato alla clamorosa “non vittoria” del PD alle politiche. Lo stesso dicasi per il PDL: che ha dimostrato di riuscire a vincere (o meglio, a perdere meno) solo dove è presente il ‘fattore B’, ovvero il traino del consenso personale a Berlusconi. Mentre perde assai di più dove questo fattore non c’è o non conta (inutile anche l’appoggio di Berlusconi ad Alemanno: il carisma non si trasmette), e dove si vota in base a logiche territoriali, per un partito che sul territorio non esiste quasi. Queste amministrative non sono dunque una controtendenza rispetto ai risultati delle politiche. Al contrario, sono la continuazione di un processo di disaffezione alla politica e ai partiti tradizionali che è tutt’altro che esaurito.

Vince chi perde meno degli altri, in “Piccolo” Trieste, 11 giugno 2013, p. 1

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