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Il paese prigioniero dei partiti

La spinta per la riforma di un sistema politico e della vita dei suoi partiti può venire dal suo interno o dall’esterno. Avviene dall’interno quando prende la forma del rinnovamento della classe dirigente di un partito, della sua organizzazione, dei suoi obiettivi politici, dei suoi stessi riferimenti ideali, nonché dell’alternanza al governo tra partiti politici tra loro concorrenti e alternativi. Avviene dall’esterno quando passa attraverso la nascita di nuovi partiti, o attraverso un cambiamento di sistema politico.

Il problema del rinnovamento del ceto politico dirigente (e a cascata di tutto il resto: partiti, obiettivi, ideali) si pone fin dalla fondazione dell’Italia repubblicana: analizzando la sua storia a ritroso, si ha netta la sensazione che il momento più alto sia stato quello iniziale, e la classe dirigente migliore quella costituente. Dopo, è stato un calo continuo di qualità del ceto politico (e, a cascata, di tutto il resto). Nel dopoguerra una prima stagione di riforme strutturali, dovuta alla necessità di rifondare lo stato, ha marcato i suoi primi successi. Ma l’ultimo grande momento di innovazione strutturale venuta dall’interno è stato, probabilmente, quello della stagione riformista legata all’ambizioso progetto del centro-sinistra di allora di modernizzare il paese (trent’anni fa…). Un progetto cui si accompagnò un rinnovamento anche brutale del ceto dirigente di alcuni partiti, ben esemplificato dalla stagione craxiana: finita come è finita, ma iniziata grazie a un contestuale radicale ricambio, anche generazionale, di leadership.

Dopo di allora, il ceto politico dei partiti si è arroccato nella difesa di se stesso, appoggiandosi ai partiti concorrenti, dando luogo a quel grande fenomeno degenerativo che abbiamo finito per chiamare partitocrazia: un regime di partiti che si autotutela, incapace di produrre innovazione, e che si riproduce per cooptazione. L’unico e ultimo tentativo di sostituire alla cooptazione la concorrenza tra leadership e progetti alternativi è avvenuto nel PD, con Renzi: finora senza successo. Per il resto, domina il notabilato.

Di conseguenza, sul piano dei principi e delle libertà, le innovazioni fondamentali sono avvenute per spinte esterne: attraverso i referendum radicali, per esempio. Mentre sul piano istituzionale, politico ed economico, poco o nulla si è fatto (anche le spinte esterne sono state aggirate: si pensi al referendum sul finanziamento pubblico dei partiti). Le sole innovazioni potenziali, venute dal di fuori della partitocrazia dominante, sono state portate da nuovi soggetti politici (e per altri versi, dalla magistratura, nella stagione di Mani Pulite). I principali sono stati la Lega e, oggi, il Movimento 5 Stelle. Che stanno seguendo la stessa parabola, dirigendosi verso lo stesso destino: l’irrilevanza.

La Lega si è imposta mettendo al centro quello che avrebbe potuto essere il grande progetto riformista in grado di scardinare l’ordine costituito: il federalismo. Su di esso si concentrarono molte speranze e molti sostegni, al punto che altri partiti furono costretti, contro la loro volontà, ad assumerne i valori, almeno a parole. L’incapacità di costruire una classe politica appena decente, e dunque di perseguire in maniera conseguente il progetto, ha vanificato il consenso acquisito, riducendo il federalismo ad un insieme di slogan banali, ripetuti da politici tanto arroganti quanto inetti, con conseguenze pratiche nulle (e semmai un aggravarsi dei costi e un peggioramento delle condizioni del paese).

Oggi con il M5S sta accadendo lo stesso. Un ambizioso progetto scardinatore del sistema (che, a parole, si è imposto, costringendo i partiti ad assumerne alcune rivendicazioni), un ceto politico – come quello della Lega – cresciuto troppo in fretta, e ugualmente altezzoso e insipiente, una inesistente capacità di perseguire obiettivi coerenti con la propria strategia. Entrambi i partiti sono poi appesantiti da un leaderismo ossessivo, e dal fatto che la selezione del ceto dirigente passa per l’appunto dalla vicinanza al leader, ovvero dalla fedeltà. Lo stesso criterio che ha prodotto i guasti che sappiamo anche nei partiti tradizionali (si pensi al non-partito di Berlusconi, ma non solo).

Certo, ai progetti politici bisogna dare tempo. Ma dalle premesse si possono spesso dedurre e prevedere le conseguenze. E le premesse sono tutt’altro che incoraggianti.

Un paese prigioniero dei partiti, in “Messaggero veneto”, 24 giugno 2013, p.1

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