stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

La politica e il destino del paese. L’economia va giù: il governo, dove?

Forse è colpa nostra. Di noi cittadini. Di noi elettori. Di noi giornalisti, opinionisti, intellettuali. Che siamo ancora lì a parlare di politica, a darle spazio a scapito della società. A commentare quello che i politici dicono: le dichiarazioni ad uso dei telegiornali, le mezze frasi, le battute senza contenuto, i personalismi. Ad analizzare quello che i politici fanno, e soprattutto quello che non fanno: le riforme epocali, i nuovi mirabolanti meccanismi istituzionali, gli annunci reiterati, le commissioni che si susseguono, gli ennesimi conclavi di saggi scelti fuori dal parlamento (evidentemente dentro non ce ne sono abbastanza: finendo per dare, come ha notato qualcuno, la democrazia in outsourcing). E intanto, ordinariamente, lentamente, inesorabilmente, il paese muore.

L’economia affonda: 55.000 imprese hanno chiuso i battenti in quattro anni (13.750 all’anno, 38 al giorno, quasi due all’ora, giorno e notte, feriali e festivi), le banche continuano a non erogare credito (cioè ossigeno, senza il quale l’economia, muore), i giovani non trovano lavoro, e i più deboli – disoccupati, artigiani, imprenditori – dopo l’ultimo pignoramento, l’ennesima ingiunzione, l’ultimo credito inesigibile, l’umiliazione finale – si suicidano. O si lasciano andare, o semplicemente non ce la fanno più. Diventando un vuoto per se stessi e un peso, anziché una risorsa, per la società. Il destino peggiore per le persone: e il modo peggiore, da parte di una società, per impiegare il loro capitale umano.

La cultura muore: la grande risorsa d’Italia – la sua arte, la sua storia, il suo paesaggio, i suoi musei al chiuso e a cielo aperto, le sue città d’arte, il suo gusto, la sua musica, la sua stessa socialità, in una parola la sua estetica (che, come ricordava il poeta premio Nobel Iosif Brodskij, è la madre dell’etica) – decade, invece di produrre dignità e profitti. Il turismo cala, perché ancora senza progetto, senza anima. La scuola e l’università sono demotivate e sottofinanziate. Non solo si perdono studenti e capitale sociale e intellettuale: ancora più tragicamente, si è perso il senso del fatto che esiste un rapporto tra l’acquisizione del sapere e il successo e la soddisfazione nella propria vita, il nesso tra impegno profuso e risultato ottenuto. Un danno epocale.

Il futuro si fa scuro: non si fanno più progetti (non investono in innovazione né le imprese né gli individui), o li si delocalizzano, insieme ai propri sogni e alle proprie speranze. Spostando le imprese all’estero: e non più perché costa di meno, come in passato, ma perché funziona meglio, anche se – persino se – costa di più. O studiando l’inglese e le lingue emergenti (dal cinese all’arabo al russo) e andandosene via. Con un’amarezza maggiore di quella dei vecchi emigranti: non perché non c’è lavoro, ma perché – ed è peggio – non c’è capacità di riconoscere il valore, la qualità, il merito, e si è costretti a darli altrove, dove li si sanno apprezzare.

E noi siamo qui. A parlare (ancora) di presidenzialismo, di finanziamento ai partiti, di riforma elettorale. Perché si deve, dopo tutto. Perché se non funziona la politica non funziona il paese. E noi, noi che restiamo, dobbiamo farlo: anche in nome di chi se ne va, e dei giovani che verranno dopo di noi. Ma ogni giorno con minore convinzione. Con un sentimento inesorabile di sconfitta, di tempo che se ne va senza costrutto. E con un’immensa gratitudine per chi si impegna ancora a migliorarlo, questo paese: amandolo, lavorandoci, progettando qui il proprio futuro. Facendo impresa. Facendo cultura. Facendo – persino – politica. Forse è a loro che dovremmo dare più spazio: anche nelle nostre riflessioni, nelle nostre analisi, nei nostri commenti. E’ in nome di costoro, è in nome della società attiva (e anche di quella sconfitta) che vale ancora la pena di parlarne, di politica. E di politici, persino.

La politica e il destino del paese, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, “Piccolo Trieste”, 7 giugno 2013, p.1

Noi parliamo mentre l’Italia affonda, in “Messaggero veneto”, 7 giugno 2013, p.1

Una risposta a La politica e il destino del paese. L’economia va giù: il governo, dove?

Leave a Comment