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Le ragioni dell’astensionismo

Lo diceva Don Milani: “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”. E aggiungeva: ”Chi manca ha il difetto che non si vede. Ci vorrebbe una croce o una bara sul suo banco per ricordarlo”. E infine: “L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Proviamo ad applicare queste parole alla democrazia, adesso. Il cui problema principale sembra proprio essere diventato quello degli elettori che perde. Solo che chi non vota ha il difetto di non vedersi: né croce (anzi, è proprio la mancanza di una croce su un simbolo a caratterizzarlo), né bara. Ma perdendo i suoi elettori, la democrazia non è più democrazia: è un meccanismo che include i già inclusi, e respinge quelli che già si sentono respinti. Ed è questo che sta drammaticamente succedendo. Suscitando assai poche reazioni.

La disaffezione al voto misura sostanzialmente due cose, simili ma non identiche: il senso di impotenza, e quello di inutilità. Impotenza: perché, ci si dice, cosa vuoi che conti il mio voto. Inutilità: anche se conta, e fa cambiare governo o maggioranza, alla fine cosa vuoi che cambi.

Sia che si voti, sia che non si voti, sia che si cambi governo o che non lo si cambi, in sostanza, per chi sceglie di non votare, non cambia nulla. Nel primo caso, si ha la sensazione di non poter veramente cambiare. Nel secondo, di non cambiare veramente.

Da qui l’origine di questa fuga di massa, che assomiglia molto alla definizione che veniva data in passato degli emigranti, dicendo che “votavano con i piedi”: davano cioè un giudizio politico, implicito ma non meno duro, semplicemente andandosene. Anche gli astenuti votano con i piedi. Non muovendosi di casa, o andando altrove, invece che ai seggi.

Questi fenomeni, in maniera (forse) inconsapevole, misurano alcuni processi fondamentali che hanno cambiato le nostre società in questi ultimi decenni. Da un lato la sensazione che le decisioni veramente importanti – sull’economia, la finanza, il credito; ma anche sulla pace e sulla guerra, sull’ambiente, etc. – non siano più prese a livello di stati nazione, ma altrove, in circoli ristretti, poco trasparenti, e soprattutto non elettivi. Dall’altro che chi decide, possa decidere solo all’interno di condizioni date, molto vincolanti: anche in questo caso dettate da altri (i mercati, l’Unione Europea, etc.). Per cui, chiunque governi dovrà fare alcune cose sostanzialmente obbligate.

Tutto questo ha senso a livello nazionale. Ma non basta a spiegare il vero e proprio sciopero del voto cui stiamo assistendo anche a livello locale, alle elezioni amministrative. Dove dopo tutto voti chi governa casa tua, e spesso persone che conosci. Dove dovresti percepire la differenza tra chi governa: e quindi essere motivato a scegliere chi lo farà. Se questo non accade, il segnale di sfiducia è ancora più forte. E trova qualche altra spiegazione. Dentro i partiti, innanzitutto: i mezzi attraverso cui la partecipazione si dovrebbe manifestare. Nella loro vita democratica interna, asfittica e truccata, in cui le deliberazioni sono per lo più mascherate cosmetiche di decisioni prese altrove, in qualche ‘caminetto’ di notabili. Dove le leadership sono frutto di accordi interni non in sintonia con la società e non aperti ad essa. Dove le novità (di persone e di idee) sono percepite come intrusioni pericolose, che turbano lo status quo. Dove c’è un problema di mancanza di fantasia nel trovare soluzioni (e, prima ancora, di conoscenze), di appiattimento burocratico, di grigiore, di scarsa credibilità delle persone che dovrebbero guidare i cambiamenti, che non incoraggia certo la partecipazione. Non a caso, nelle rare situazioni in cui la percezione di diversità si nota, e il cambiamento è percepibile, la partecipazione scende assai meno, e la mobilitazione politica si avverte. Alle amministrative, dunque, le ragioni dell’astensionismo sono soprattutto interne e vicine, non di lontani processi di globalizzazione. E qui andrebbero trovate le soluzioni. Che – è la buona notizia – a questo livello sarebbero più facili e possibili. Volendo.

Astensione e partiti impermeabili, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, 11 giugno 2013, p.1

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