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Quelli che non escono mai di scena: Bersani come metafora

Il comportamento di questi giorni dell’ex segretario del Partito Democratico, Bersani, si attaglia bene ad essere usato come metafora della politica italiana: non si affonda mai, non si fanno mai i conti, non si esce mai di scena. Non di propria volontà, almeno. Nemmeno se si è stati sconfitti. Nemmeno se, conseguentemente, ci si è dimessi.

Ha vinto le primarie e perso le elezioni (“non vinto”, dice lui: ma è metafora, per il cittadino comune, altrettanto oscura di quella celebre del tacchino sul tetto). Con lui segretario il PD è andato ai suoi minimi storici. A voler essere cattivi – come si comincia a mormorare nel partito – si potrebbe dire che, da quando non c’è più lui, il PD ha ricominciato a vincere. A voler essere perfidi, si potrebbe aggiungere che a vincere sono spesso suoi ex oppositori interni: da Debora Serracchiani in Friuli a Ignazio Marino a Roma, che gli aveva conteso a suo tempo la segreteria del partito. E gli altri che hanno vinto in queste elezioni amministrative hanno preferito chiamare Renzi, non Bersani, a sostenerli (come Manildo a Treviso, per esempio).

Lui si è assunto la responsabilità personale della sconfitta, dimettendosi, ma non quella politica, non analizzandone le ragioni, non scusandosi per il disastro elettorale, non interrogandosi sulle alternative possibili. Il motto sembra essere, in coerenza con una lunga tradizione politica italiana, che a sbagliare è stato il popolo che non ha capito (e quindi al massimo non si è stati abbastanza bravi a farsi capire: un errore di comunicazione, insomma…), non che si è sbagliata linea politica, metodo, approccio, e forse leader (e, sì, anche campagne di comunicazione…).

Ebbene, di fronte a una situazione di questo genere, la posizione dignitosa di un leader saggio – che ha avuto la sua stagione, la sua possibilità, se l’è giocata, e ha perso, oltre tutto non solo per colpa sua ma in buona compagnia all’interno del suo partito e fuori – dovrebbe essere quella di ritirarsi a vita privata per un po’, magari scrivere un libro di memorie, che aiuta l’autoanalisi e la meditazione riflessiva, e avanzare le sue considerazioni, magari anche la propria autodifesa, mettendo a disposizione la propria esperienza e dando buoni consigli se richiesto.

Invece – non diversamente dal Bossi furioso, dal Berlusconi bilioso, e da molti altri di passate stagioni – organizza il dissenso interno (con riunioni chiuse di naufraghi di passate stagioni che persino un ex bersaniano come Matteo Orfini descrive “come quelli che stavano sul Titanic, ma non prima dello scontro con l’iceberg, dopo…”), cerca di porre ostacoli sul cammino dei suoi competitor del passato, propone meccanismi burocratici e percorsi congressuali per blindare un possibile ricambio nel partito, semina velenose battute ad uso dei cronisti, rilascia accigliate interviste, alimenta polemiche. Tutto, insomma, tranne che trarre le conseguenze politiche e personali delle proprie battaglie: che, se combattute dignitosamente, anche se perse, sono sempre nobili.

La metafora di un modo di concepire la politica, tutto italico, che non prevede pensionamenti, uscite di scena volontarie, discreti silenzi, pause, distanze, nemmeno vacanze: ma sempre uno stare in mezzo alla scena purchessia, un voler essere protagonisti anche a trapasso avvenuto, come se a non farlo mancasse l’aria o non si sapesse che altro fare. Uno dei problemi della politica e probabilmente della società italiana (anche il mondo dell’imprenditoria, del giornalismo, delle banche, e pure quello associativo, non è poi troppo diverso): il non capire quando il proprio tempo è finito. Che è lecita un po’ di nostalgia, ma non altro. Che c’è un tempo per ogni cosa: incluso un tempo per entrare in scena, e un tempo per uscirne, e lasciare spazio ad altri, magari più giovani.

Quelli che non escono mai di scena, in “Messaggero veneto”, 14 giugno 2013, p.1 (anche “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna di Treviso”, “Corriere delle Alpi”, 15 giugno 2013, p.1)

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