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Ultimo concerto ad Atene: la Grecia, la cultura, e noi

Ieri, in molti hanno fatto girare il video dell’ultimo concerto dell’orchestra sinfonica nazionale greca ( http://www.youtube.com/watch?v=8lNBnAgz0bA ). Di seguito, le riflessioni che mi sono venute: sul perché, come molti altri, ho considerato questa notizia, apparentemente minore, rilevante.


Su you tube gira un video istruttivo, che ora si può trovare in centinaia di siti. E’ l’ultimo concerto suonato dall’Orchestra sinfonica greca e cantato del suo coro, in lacrime.

E’ un video che consiglio di guardare nella sua versione integrale: basta digitare ‘ultimo concerto’ e ‘orchestra sinfonica greca’, o qualche altra combinazione simile, per trovarlo.

Ho pianto anch’io, guardandolo, e non me ne vergogno. Sono momenti di una bellezza struggente: che includono i dieci minuti di applausi della popolazione greca che, non potendo essere accolta nella sala da concerto, l’ha ascoltato dalla piazza antistante. Una popolazione che in quel momento – e lo sapeva – dava l’addio a un pezzo della sua anima, a un suo simbolo. Perché quando si uccide la cultura, è questo che accade.

Dovrebbe essere proiettato ovunque, questo video: nelle associazioni, nelle scuole. Ma soprattutto a Bruxelles, nei parlamenti, al G8, a Davos, alla sede della Banca centrale europea, al Fondo monetario internazionale, e ovunque si decida, o non si sia deciso, riguardo alla crisi che ha travolto la Grecia. E che, man mano che passa il tempo, rischia di travolgere anche altri paesi. E ha già intaccato l’anima stessa dell’Europa: o la sua mancanza di anima. Il suo cuore: o la sua mancanza di cuore.

Perché l’orchestra sinfonica greca è un simbolo. Ma dietro, sotto, ci sono i tagli drammatici alla sanità, la mortalità infantile che è schizzata a tassi d’anteguerra, le scuole senza libri, i tagli alle pensioni, le medicine indispensabili che non ci sono più, i senzatetto, le famiglie che si consorziano per condividere le spese, quelle che si spezzano per disperazione, i nuovi poveri e i nuovi emigranti, i fallimenti individuali e collettivi. E, anche, le diseguaglianze che aumentano, i ricchi che si arricchiscono ulteriormente, continuando a pagare poco e male, di tasse e di contributo alla vita collettiva, navigando senza problemi e senza rischi tra i propri privilegi.

Si sta intaccando tutto, in Grecia. La vita materiale, la cultura, la libertà d’informazione (persino la tv di stato si avvia alla chiusura), la stessa democrazia.

Certo, ci aspettiamo che la società europea saprà rispondere. Che le orchestre d’Europa faranno concerti a sostegno di quella greca. Che gli ospedali si gemelleranno con quelli greci per aiutarli. Che le scuole si consorzieranno. Che le tv di stato e i giornalisti della carta stampata di altri paesi aiuteranno i colleghi greci. E così via. Sta già accadendo, e da mesi, in molti casi. Perché le società sono spesso migliori dei loro governi. Ma tutto questo non basta. Dobbiamo capire in che direzione stiamo andando. E se è giusto, in tempo di pace: una pace violenta come una guerra. O, forse, una guerra silenziosa, non dichiarata, ma non meno letale, e non meno ingiusta: perché, come nelle guerre, sono più spesso gli innocenti, quelli che non c’entrano niente, a soffrire e a morire.

Sì, l’orchestra sinfonica greca che suona in lacrime ci ha fatto venire in mente i musicisti di Sarajevo. O i solitari violinisti del ghetto di Varsavia, o dei campi di concentramento. Solo che a Sarajevo c’era un’orrenda guerra fratricida. E nei ghetti e nei campi di concentramento si compiva una delle più immani tragedie dell’umanità. Ad Atene si sta manifestando l’ordinaria distruzione di un’ordine sociale, lo sgretolamento silenzioso di una cultura, l’implosione di un mondo, a cui nessuno, ufficialmente, ha dichiarato guerra. Ma che, in qualche modo, la sta subendo.

Ascoltiamo quell’ultimo concerto, in “il Piccolo”, Trieste, 18 giugno 2013, p.1

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