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Chi staccherà la spina al governo

Sappiamo molte cose di questo governo. Come è nato (in fretta e per caso: e quindi senza progetto e senza programma), chi sono i suoi refrattari genitori (due partiti – il PD e il PDL – che si detestano cordialmente e si sono incontrati solo per necessità, per bisogno, non per desiderio), chi ne è stato la levatrice (il presidente Napolitano, che ha evitato l’aborto, l’ha fatto nascere e lo mantiene in vita), come sta crescendo (gracile e smunto, tra continui litigi), come vive (o vivacchia: tra annunci roboanti di riforma, onesti tentativi di manutenzione della cosa pubblica, e rinvii).

Sappiamo anche come morirà: per estenuazione, e prima della sua scadenza naturale. Infine, sappiamo anche chi lo ucciderà: non la sorte avversa, ma, in un impeto di rabbia, uno dei due genitori. Sappiamo persino quale dei due: il PDL. E lo sappiamo dall’inizio. Potrà essere sulle questioni dell’economia, sui guai giudiziari del suo leader, sull’attribuzione di una qualche poltrona, sulla legge elettorale (sulla volontà di non cambiarla), sulla riforma della giustizia, sull’ineleggibilità di Berlusconi, sull’Imu e le tasse, o a causa dell’elefantismo egoico e della bulimia da visibilità di qualche sua personalità (da Brunetta a Santanché). Qualche che sia la ragione, è il PDL che staccherà la spina al governo, come infatti continua a minacciare.

Questa prevedibilità inquieta. Da un lato perché mostra lo stato di agitazione e di confusione mentale, diremmo di isteria, del PDL stesso: partito in crisi di nervi ma soprattutto di identità, che non sa nemmeno se sopravviverà a se stesso, dato che a giorni alterni il suo leader propone nuove fondazioni e nuove sigle, ventilando persino il ritorno all’antico (la sigla vincente, vent’anni fa, di Forza Italia), ma con solo alcuni dei protagonisti di oggi, lasciando in sospeso il destino politico degli altri, dei quali quindi si comprende il nervosismo. Dall’altro perché mostra il ruolo di fatto subalterno, ancillare, nonostante esprima il presidente del consiglio, del PD: che tenta attraverso i suoi ministri di caratterizzarne l’agenda, ma contemporaneamente gli fa la guerra attraverso parte dei suoi gruppi parlamentari, sostenendo il governo non per convinzione, ma per non saper cos’altro fare (in attesa del proprio congresso, magari, e di un qualche chiarimento che venga da lì), e lanciando alla pubblica opinione segnali ambigui, con un’azione di fatto poco chiara nei suoi obiettivi. Mentre il terzo partner del governo, Scelta Civica del fu (politicamente) Monti, non a caso non lo ricorda nessuno, tale è la sua invisibilità e, di fatto, la sua irrilevanza.

La sola cosa che non sappiamo è quando la morte annunciata del governo sopravverrà davvero. Potrebbe essere a giorni, con l’esplodere delle catastrofi giudiziarie di Berlusconi, o più probabilmente in autunno o in inverno, quando il PD celebrerà le sue assise (facendo un po’ di chiarezza al suo interno su dove vuole andare, perché, e con chi), e si saprà magari di che morte dovrà morire, e soprattutto come vorrà rinascere, il PDL.

Ci sono solo alcune variabili che potrebbero mutare questo scenario già scritto. Un possibile scatto d’orgoglio del presidente Napolitano, il vero padre naturale del governo, nel caso ne rilevasse l’inconcludenza (in materia economica, o se non si dovesse arrivare a una rapida approvazione di una nuova legge elettorale, per mandare finalmente in pensione l’orrido sistema attuale, che tanto ha contribuito ad allontanare i cittadini dalla politica): minacciando le sue immediate dimissioni. Un esodo di dimensioni più cospicue dal Movimento 5 Stelle, che potrebbe consentire maggioranze diverse senza passare per nuove elezioni (il che renderebbe ancora più evidenti le divisioni nel PD, peraltro, che passerebbe da una maggioranza indigesta a una non meno problematica, ma ugualmente senza progetto e senza programma). O l’istinto di sopravvivenza dei peones berlusconiani, specie quelli che sarebbero lasciati fuori dalla nuova Forza Italia, che potrebbero voler sostenere il governo a tutti i costi, e qualunque cosa faccia o non faccia: solo per istinto di sopravvivenza, perché si tiene famiglia, e il parlamento è un cantuccio caldo e ben protetto, mentre là fuori, nel paese reale, la crisi morde e fa paura.

Chi staccherà la spina al governo, in “Il Piccolo”, 13 luglio 2013, p.1; Chi stacca la spina al governo, in “Mattino” Padova, “Nuova” Venezia, “Tribuna” Treviso, “Corriere delle Alpi”, 15 luglio 2013, p.1

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