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Il Movimento 5 Stelle e i fondamenti della democrazia

E siamo arrivati a sette: due espulsi, e cinque se ne sono andati, in soli quattro mesi. Di questo passo, la delegazione parlamentare del Movimento 5 Stelle potrebbe assottigliarsi rapidamente, producendo quella che, per fare un parallelo con la biologia, assomiglia alla riproduzione per partenogenesi (ovvero senza fecondazione): con un partito che ne figlia un altro, senza alcuno stimolo e senza causa scatenante.

Già, perché la cosa originale dell’esodo a 5 stelle è la sua ragione, o meglio la sua mancanza di ragione politica. Non c’è contrasto su idee, su progetti, su riforme da proporre o da evitare, su alleanze. Chi se ne è andato, l’ha fatto o perché cacciato (per essere andato in tv o per aver criticato il capo), o perché ha giudicato il clima venutosi a creare come irrespirabile, e per solidarietà coi cacciati (e qualcuno, magari, per tenersi per intero lo stipendio). Ragioni personali, diciamo così. E nessuna causa scatenante esterna: nemmeno il tentativo, da parte di altri, di acquisirli ad altri partiti ed altre maggioranze. Non si sono fatti comprare, per capirci: come i De Gregorio e i transfughi dipietristi e leghisti comprati a suo tempo dal PDL a caro prezzo, per far cadere Prodi o per puntellare la maggioranza berlusconiana.

L’interrogativo semmai, oggi, è dove andranno quei voti e quei consensi. Perché, se l’esodo continuasse a questi ritmi, si proporrebbe davvero la possibilità di dare a quei voti una prospettiva politica diversa: diversa da questo governo, ma anche dall’attuale opposizione grillina.

Detto questo, le vicende del M5S offrono anche un altro e più profondo spunto di riflessione. La democrazia rappresentativa si fonda su due pilastri fondamentali.

Il primo è la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, da parte del corpo elettorale. In questo compito dovrebbe aiutare il ruolo dei partiti nell’incanalare consenso, nel selezionare classe dirigente, e nel produrre proposta politica.

Il secondo è il divieto di mandato imperativo. Ovvero il fatto che i parlamentari, una volta eletti, non rispondono più ai loro elettori, ma alla nazione, e non sono quindi revocabili da essi, che possono soltanto, nel caso, non rieleggerli.

Entrambi questi principi sono disattesi. Il primo perché, con il sistema elettorale che abbiamo, i cittadini non possono affatto scegliere i propri rappresentanti. In parallelo, negli ultimi decenni, i partiti hanno svolto sempre peggio il proprio compito, mostrando tutta la propria inadeguatezza, in particolare proprio nella selezione del ceto politico, producendo un abbassamento terribile del livello (professionale, intellettuale e morale) della classe politica: quella che è stata chiamata la “peggiocrazia”. L’astensionismo – e la disaffezione alla politica, che è fenomeno ancora più rilevante – è l’effetto più evidente di questa perdita di ruolo e di capacità propositiva dei partiti, e di peggioramento della qualità della democrazia.

Ma è andato in crisi anche il divieto di mandato imperativo: principio fondamentale, teorizzato nel ‘700 da Edmund Burke nella sua “Lettera agli elettori di Bristol”. E proprio per opera del Movimento 5 Stelle, in particolare. L’innovazione sorprendente delle espulsioni di parlamentari fatte decidere da discutibili referendum in rete (limitando la loro possibilità di operare nell’ambito che avevano scelto, anche se non intaccando il loro ruolo istituzionale), così come il continuo rinvio alla volontà della rete per qualsiasi decisione, va in questa direzione. Del resto, anche la sudditanza alle opinioni dei social networks (o prima ancora la dittatura dei sondaggi), sono esempi della medesima tendenza a far dipendere il parlamentare dal suo elettorato. Con il risultato che, oggi, il rappresentante del popolo è meno libero e meno autonomo: dipende dal leader che l’ha sistemato in lista per entrare in parlamento, e nel contempo dagli elettori organizzati per restarci nella collocazione che vuole.

Le due cose insieme, oltre a non essere una buona notizia per l’efficacia dell’azione parlamentare, vanno a minare i fondamentali della democrazia: portando, di fatto, a una crisi di legittimità del sistema. Chissà se i saggi incaricati di elaborare le proposte di riforma istituzionale se ne preoccuperanno.

Democrazia ed esodo a 5 stelle, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 1 luglio 2013, p.1  (anche Cinquestelle: un esodo senza ragione, in “Messaggero veneto”, 2 luglio 2013, p.1)

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