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La famiglia malata. Su qualche caso di cronaca estiva

La famiglia è malata. Un padre ammazza il figlio a coltellate. Una figlia tenta di assassinare il padre a colpi di pistola. Le ‘solite’ violenze di coppia. I ‘soliti’ litigi, sui gradi di libertà ammessi, o per i soldi. Con qualche complicazione meno ordinaria: i secondi matrimoni sempre più presenti, le coppie miste sempre più diffuse, le differenze di età che si approfondiscono, le distanze (anagrafiche, reddituali, culturali, di livello di istruzione, di classe sociale) che si sommano, e sommandosi si rafforzano. Mentre i ruoli, interpretati sempre allo stesso modo, si indeboliscono, perdono funzione e autorevolezza: in specie quello paterno – il più uguale a se stesso, il meno esplorato autocriticamente, e quindi, in un mondo che cambia rapidamente, il più in crisi.

Spesso teatro di questi gesti è una campagna o una provincia cambiata troppo in fretta, dove tutto è accaduto rapidamente e disordinatamente, più che i centri urbani che, dentro questo cambiamento, ci sono da decenni. Ma in fondo è tutto il Veneto che è passato, in poco più di una generazione, dalla famiglia patriarcale – in cui tutti sono del paese: per cultura, prima che per residenza – a quella multietnica, dalla compresenza di tre generazioni alla famiglia nucleare, dalla prole numerosa al figlio unico, dal sesso solo dopo il matrimonio agli scambi di coppia, dal padre padrone che tutto decide al conflitto intergenerazionale, dal fidanzamento in presenza dei genitori alla convivenza, dalla benedizione del legame di coppia alla sua riduzione allo stato laicale, per così dire. Un cambiamento che va di pari passo con quello demografico, anche’esso avvenuto in una sola generazione o poco più, mentre altrove in Europa è una tendenza secolare: dai tassi di prolificità ‘mediterranei’ a una stentata riproduzione, che poi significa crollo della natalità, diminuzione e invecchiamento della popolazione. Che solo gli stranieri, portatori anch’essi di propri e assai disparati modelli familiari, compensano, con innesto di giovani e di figli ancora numerosi (in attesa di adattarsi anch’essi, come normalmente succede in una generazione o due, agli standard locali).

Sono molti i fattori che concorrono a spiegare questi sviluppi, e le loro degenerazioni. Incluso un contesto che ha accolto il mutamento – e ci si è buttato perfino, praticandolo – ma non ha gli strumenti culturali per capirlo. In cui l’efficacia del modello familiare non è mai stata oggetto di riflessione, ma solo di rispetto passivo e di tradizione acritica, quasi fosse un culto in sé. E in cui, più in generale, la famiglia è sempre stata una retorica, utilizzata a piene mani in ambito religioso o in chiave elettorale, ma mai una politica. Dove ci si riempie la bocca di belle ancorché sempre meno convincenti parole sulla famiglia, ma nel concreto si fa poco. Dove la società non c’è – con la comoda scusa che tanto c’è la famiglia – ma poi la famiglia non ce la fa e soccombe, sottoposta come è a stress inenarrabili, perché tutto è a carico suo. Complice anche la crisi, certo, le difficoltà economiche. Ma soprattutto una società che non riesce a fare rete intorno alle sue famiglie, e nemmeno a collegarle tra loro: quasi nemmeno a dar loro un nome, figuriamoci ad aiutarle. In cui i problemi, per tutte le famiglie, sono in fondo gli stessi, per nulla specifici, ma finiscono per essere individualizzati, perché sopportati da soli.

Merita una riflessione non casuale, non figlia solo dell’affastellarsi dei fatti di cronaca nera, questa tendenza lunga della famiglia veneta e italiana. Che ha visto moltiplicarsi intorno a sé i modelli familiari, e diminuire le risorse per comprenderli e per accoglierli. Dove si è creata un’inesistente guerra tra paladini di una supposta famiglia tradizionale, più o meno sana, e i sostenitori o semplicemente i praticanti di modelli alternativi (una giustapposizione tra passato e presente, tra il vecchio a cui attaccarsi e il nuovo che non si capisce, che nel concreto non esiste e non ha senso: sono spesso i figli e i sostenitori della famiglia tradizionale e dei suoi ruoli immutabili a buttarsi, sempre più spesso, in nuove e talvolta spericolate situazioni familiari).

Eppure è lì il nodo da indagare: una famiglia più difficile, complessa, con ruoli plurimi e mutevoli nel tempo, non è alla portata di tutti. Va vissuta, va capita, va studiata: andrebbe, perfino, aiutata. Costruire relazioni – e relazioni calde e intime, diffuse e tendenzialmente di lungo periodo, come sono quelle familiari – è un mestiere difficile: tanto più in una società in sempre più rapido mutamento, che va nella direzione opposta, verso l’ipermobilità e la rapidità, anche nel cambiare ruoli. Ce ne sarebbe, da studiare: eppure fare famiglia, costruire relazioni – materia fondamentale, perché è il materiale con cui si fonda la società – è materia che non si insegna a scuola. Sono i casi di cronaca nera a risvegliarci, occasionalmente, dal torpore. Fino alla prossima volta.

La nostra famiglia è malata, “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, 28 luglio 2013

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