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La rivoluzione silenziosa di Papa Francesco

Non è più solo un innamoramento passeggero, l’effetto novità rispetto a coreografie stantie e discorsi invecchiati. E nemmeno l’effetto luna di miele: un po’ come i canonici 100 giorni dei leader politici arrivati al governo, quelli in cui l’adesione è acritica e non si vede ancora il logoramento dovuto ai problemi, sempre gli stessi, e all’usurarsi della popolarità nel ruolo.

No, quello che promette papa Bergoglio è un cambiamento di lunga durata: che nel tempo, proprio come nei buoni matrimoni, può far emergere trasformazioni ben più radicali e definitive, delle persone e delle istituzioni che rappresentano.

Aveva deciso di incarnarlo già nel nome, il simbolo del cambiamento: prendendosi quello di Francesco, come nessuno aveva mai osato fare in passato, temendo il confronto, o sentendosi inadeguato. Una scelta non neutrale e non casuale: nomina sunt numina, i nomi sono le cose, per chi crede nella tradizione – e Jorge Bergoglio ci crede. Ci crede, ma sa reinterpretarla: come è proprio della tradizione, che è tale perché è capace di introiettare il cambiamento, attualizzando per i contemporanei il richiamo ai valori e al momento fondativo. Il motivo, incidentalmente, per cui nel cattolicesimo il letteralismo e il fondamentalismo che da esso deriva non hanno mai avuto un grande spazio: che è coperto invece dall’integralismo, che è l’attaccamento alla tradizione come se fosse immutabile – alla tradizione del giorno o del secolo prima –, mentre non lo è.

Dopo il nome, i simboli: il vestito semplice, il crocefisso povero, le scarpe grosse e usurate dal cammino percorso, il sentirsi e manifestarsi come persona comune, che prende l’autobus, paga il conto, si porta la sua borsa da viaggio, e ci mette cose semplici – la Bibbia, il rasoio, un libro da leggere. Ma una persone coerentemente comune in un ruolo eccezionale ha un effetto dirompente: soprattutto se dopo il nome e i simboli si dedica alle cose e ai valori che i simboli rappresentano e incarnano. Per cui l’apertura ai segni dei tempi diventa una dichiarazione su “chi sono io per giudicare un gay?”. La semplicità vera e al contempo consapevolmente ostentata diventa un porsi e un parlare senza filtri, senza intermediazioni, senza domande precostituite e risposte diplomatiche e prudenti: davanti ai giornalisti come ai giovani delle giornate mondiali della gioventù, nelle parole pronunciate benedicendo un malato tra la folla o in un tweet. E l’interesse per i valori fondanti si incarna nell’affrontare di petto le questioni più spinose e le infedeltà più insidiose: dal ripensare il rapporto con il denaro (assurto per troppi e per troppo tempo a valore in sé e a potere, nello Ior e altrove nella Chiesa), all’affrontare il tema delle lobby vaticane, che siano gay o d’altro genere. Ma anche nel parlare con il cuore. Perché è il cuore – nella teologia e nella pratica del colto gesuita Bergoglio – il centro della fede, non la testa. E’ nei cuori che c’è la possibilità della conversione, non nell’intelligenza. E’ ai cuori che parlava Gesù: che non a caso ringraziava il padre di far conoscere il suo messaggio non ai sapienti e agli intelligenti, ma ai piccoli, a quelli che sono bambini nel cuore, appunto. Con grande scorno di tanti intelligentissimi devoti parolai – credenti e non credenti – dell’identità cristiana, che è cosa assai diversa dalla fede.

Papa Bergoglio risulta convincente perché fa quello che dice, e pratica quello che crede. Anche in cose più scomode, e meno apprezzate nell’opinione laica che oggi guarda a lui con sorpresa ma anche con sconcerto, perché spezza granitiche certezze e pregiudizi atavici. Come nell’orgogliosa umiltà con cui rintuzza i giornalisti, sempre pronti a scavare nei peccati lontani di questo o quel prelato: ricordando senza scomporsi la capacità di perdonare che ha Dio, e che a maggior ragione dovrebbero avere gli uomini, per evitare di essere giudicati un giorno con lo stesso metro. O come quando parla del suo predecessore, da cui è tanto diverso per stile e capacità comunicativa, come di un saggio vecchio nonno cui chiedere consiglio: non il desiderio di metterlo in un cantuccio, ma al contrario un profondo rispetto per la tradizione che ha rappresentato e che incarna. Da qui il suo voler sottolineare una continuità che ai più appare inverosimile, e invece è profondamente sentita, al punto da firmare un’enciclica, la Lumen fidei, scritta in gran parte dal suo predecessore.

Oggi Papa Francesco è arrivato al dunque: con le sue scelte di cuore, all’interno tuttavia di un disegno assai più coerente e razionale di quel che può sembrare dall’esterno, sta consapevolmente mettendo in atto il germe di un terremoto che non potrà che avere effetti dirompenti, ma positivi e fecondi, per l’autorevolezza della Chiesa, e ancor più per la sua capacità di scaldare, ancora, i cuori.

La forza dirompente della coerenza, in “il Piccolo” Trieste, 30 luglio 2013

Francesco e il cuore della fede, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi”, 30 luglio 2013

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