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Perché l’Egitto ci riguarda

Gli oltre 50 morti del Cairo sono solo l’ultimo capitolo – l’ultimo per ora – di una tragedia politica che avrà importanti conseguenze. Anche da noi. Perché anche noi ne siamo attori, forse inconsapevoli ma non incolpevoli.

Tutto comincia con piazza Tahrir. Un movimento di massa, una rivoluzione di popolo, come veniva chiamata allora: che abbatte l’odiato satrapo Mubarak (passato in una settimana, nel linguaggio della stampa e della diplomazia occidentale, dal rango di saggio presidente a quello di corrotto dittatore). Arrivano le libere elezioni: e con esse la vittoria netta dei Fratelli Musulmani. Tutto fuorché imprevedibile: e imprevista solo da coloro che, senza nulla conoscere di mondo arabo, immaginavano le proteste del Cairo contro la corruzione del regime (e, molto, contro la disoccupazione e una concretissima fame) come una specie di giovanile Occupy Wall Street, assai liberale e progressista, solo perché usava twitter come mezzo di comunicazione.

Dopo è stato il governo. La pochezza e l’incompetenza del presidente Morsi, unita forse ad eccessiva arroganza: che gli ha fatto immaginare di poter dettare l’agenda del paese (a partire da una sua progressiva islamizzazione) senza tener conto di alleanze ed equilibri complessi. E una devastante crisi economica, che ha decretato il fallimento – per molti versi meritato – della tanto attesa esperienza di governo del più potente e popoloso paese arabo da parte di un movimento islamico moderato di massa: che aveva giocato un ruolo minore nelle piazze della primavera araba, ma aveva sopportato il peso di decenni di dura opposizione, conquistandosi il cuore e il consenso del popolo.

Il governo Morsi stava affondando su se stesso e sulla propria incapacità: già metà dei suoi stessi ministri si erano ritirati, mostrando quanto il suo consenso nel paese si fosse fatto precario. Ma andava sconfitto per via elettorale, o costringendolo alle dimissioni. Il colpo di stato dei militari – che non si vuole chiamare tale, ma tale rimane – non è l’improvvisa conversione alla libertà di un esercito che non vuole più obbedire al suo cattivo padrone, che in nome del popolo ne incarna le pulsioni (quasi fosse la replica della rivoluzione dei garofani portoghese, operata dall’ala progressista dell’esercito, che portò alla caduta del regime di Salazar nel 1974). Questa è una palese caricatura: e il fatto che cancellerie e media occidentali, ma anche arabi, facciano finta di prenderla per buona, la dice lunga su quanto onesto desiderio di libertà per i popoli c’è in loro. La reazione dei militari è invece la risposta della più potente casta del paese, che rischiava di perdere parte del suo ruolo e dei suoi colossali privilegi, a chi ne minava alcune posizioni: del resto i militari non hanno fatto alcun mistero della loro opposizione al governo Morsi e alla fratellanza musulmana, fin dal giorno delle elezioni.

Per questo in Egitto non c’è nessuna vittoria della democrazia, anche se il popolo è tornato in piazza, quanto e più numeroso di prima: e per le stesse ragioni. I militari non hanno agito per il bene del popolo, ma di se stessi. E dell’occidente, diffidente degli esperimenti democratici che non riesce a capire, e non portati avanti dai propri alleati. Non a caso l’unico fiume di denaro che continua ad entrare in Egitto, ma non finisce nelle bocche di chi ha fame, sono i soldi che dagli Stati Uniti finiscono direttamente all’esercito.

L’Egitto (e tutta l’area, del resto) avrebbe avuto bisogno di un sostegno condizionato: aiuti, una specie di piano Marshall, a patto che si rispettassero le condizioni minime della legalità democratica (libertà civili, democrazia, rispetto delle minoranze religiose, ecc.). E della possibilità di sperimentare la propria via. Ancora una volta (come in Algeria in altri tempi) non è stato così. Le conseguenze non staranno solo nella legittima vittimizzazione della fratellanza musulmana: ma nella radicalizzazione delle sue posizioni, in qualche possibile sussulto jihadista, e nel generale discredito del doppio linguaggio occidentale, anche tra le popolazioni arabe immigrate in Europa. Mentre è opinabile, e tutto da dimostrare, che gli egiziani vivranno davvero meglio, nel dopo Morsi.

L’occidente e l’Egitto senza pace, in “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, 11 luglio, p.1

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