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Egitto, la svolta autoritaria

Poteva essere una nuova Turchia: un paese che, sotto la guida di un partito islamico moderato, ridimensiona il ruolo dei militari e inaugura una stagione di sviluppo economico e di progresso civile, avviandosi ad essere una democrazia compiuta, pur nel quadro di una dimensione religiosa riconosciuta e in crescita di influenza, con qualche arroganza di troppo. Rischia di essere, invece, un nuovo Pakistan: un paese economicamente in crisi, autoritario, sostenuto da copiosi finanziamenti esteri, in cui i militari detengono tutte le leve del potere, in preda a continui sussulti jihadisti, sempre più lontano dalle forme di democrazia che conosciamo.

L’Egitto, il più popoloso e più potente tra i paesi arabi, sta fallendo clamorosamente il suo esperimento democratico. Le prime vere libere elezioni del 2011 (quelle precedenti erano ampiamente controllate dal potere militare che, attraverso Nasser, Sadat e Mubarak, tutti generali, ha dominato autoritariamente il paese per mezzo secolo) hanno dato il potere ai Fratelli Musulmani. Le elezioni presidenziali del 2012, portando Morsi alla presidenza della repubblica, hanno confermato questo risultato. Ma, a un anno di distanza, l’esito è fallimentare. Il presidente Morsi è in carcere. E l’ex-dittatore Mubarak rischia di essere liberato, quasi a sancire simbolicamente una restaurazione che da’ il segno complessivo di quanto sta succedendo oggi in Egitto.

Peccato, perché era una storia cominciata bene. Sull’onda travolgente della rivolta popolare di piazza Tahrir. Un movimento di massa, che ha abbattuto l’odiato corrottissimo Mubarak, in un quadro di grandi sommovimenti per l’intera area, che sarebbero passati alla storia con l’ottimistica definizione di primavera araba. Una rivolta vera: che non era però quella laica, liberale, progressista, che la stampa e le elites occidentali hanno immaginato, pensando magari alla liberté, égalité, fraternité della rivoluzione francese.

Non si trattava di questo. Tanto è vero che al potere gli egiziani ci hanno mandato i Fratelli Musulmani: che avevano giocato un ruolo minore nelle piazze della rivolta anti-Mubarak, ma avevano sopportato il peso di decenni di dura opposizione, conquistandosi il cuore e il consenso del popolo. Non solo in nome dell’islam: anche, molto, perché rappresentavano l’alternativa più onesta e presentabile, e più popolare, al continuismo del regime, e allo stesso strapotere dell’esercito. In nome di valori di fondo condivisi: un po’ come le Democrazie Cristiane nel dopoguerra europeo, per capirci.

Ma a questo punto l’errore l’hanno fatto proprio loro, i Fratelli Musulmani. Che, diversamente dalle Democrazie Cristiane, anche a causa del sostanziale boicottaggio dei militari, si sono fatti dettare la linea dai più estremisti e meno governativi tra loro. Così, mentre il popolo che li aveva eletti chiedeva riforme, diritti, giustizia, progresso economico in risposta alla crisi, pane e libertà insomma, Morsi ha risposto dando più religione, e poco altro: per giunta senza tener conto di alleanze ed equilibri complessi. Senza cercare appoggi. Senza fare compromessi: con i laici e i liberali (peraltro più popolari all’estero che all’interno, tra loro divisi, e con obiettivi non chiari: tanto che oggi molti di loro plaudono alla repressione e alla restaurazione), e con i militari stessi, che ai Fratelli hanno fatto una dura opposizione fin dal primo giorno.

Una scelta che ha segnato la fine inevitabile della Fratellanza. Lo stesso popolo che li aveva portati al potere ha mostrato di volerli cacciare, con manifestazioni imponenti. E i Fratelli hanno la responsabilità di non averne tenuto conto, reagendo con la repressione anziché col dialogo, autoisolandosi anziché mettendosi in discussione.

Il colpo di stato dei militari – che non si vuole chiamare tale, ma tale rimane – non spiana la strada alla democrazia, ma alla restaurazione autoritaria. La sanguinosa repressione di oggi, assai più terribile di quella attuata da Morsi, ne è la dimostrazione. E prefigura un futuro a tinte fosche, per il paese. Sempre più polarizzato, sempre più corrotto, sempre meno democratico, sempre più instabile.

L’Egitto paese senza pace, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 21 agosto 2013, p.1

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