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Ius soli: una risposta a Ferdinando Camon

Il 7 agosto è uscito un brutto articolo a firma Ferdinando Camon, contro lo ius soli e in polemica con il ministro Kyenge (tanto che sul “Mattino” di Padova, la “Nuova” di Venezia, la “Tribuna” di Treviso e il “Corriere delle Alpi” si intitolava Ecco perché dico no allo ius soli, mentre sul “Messaggero veneto” il titolo era direttamente contro la Kyenge). Pieno di tristi luoghi comuni, di informazioni erronee, di giudizi da bar sport (qui il link per chi vuol farsene un’idea in proprio: http://ricerca.gelocal.it/mattinopadova/archivio/mattinodipadova/2013/08/07/NZ_08_COMM.html?ref=search).

Poiché scrivo per le stesse testate, ho chiesto ai direttori dei rispettivi giornali di rispondere. Educatamente, come usa in queste situazioni: senza prendere di petto né l’autore né le sue opinioni. Limitandomi al merito della questione. Anche se mi è costato non rispondere una per una ad alcune spericolate e persino volgari asserzioni: in specie le ‘perle’ contro il ministro, usando opinioni altrui (nella fattispecie, di Magdi Allam) come scudo. Di seguito, comunque, la mia risposta, uscita il giorno successivo.

Lo ius soli (il diritto di cittadinanza acquisito alla nascita, mentre lo ius sanguinis è il diritto di cittadinanza acquisito per discendenza) è una questione che vale la pena dibattere con serietà, perché determina il futuro della società in cui viviamo.

Ieri è intervenuto su questo giornale, sostenendo una posizione radicalmente contraria, Ferdinando Camon. Crediamo sia doveroso rispondere in maniera seria alla sua provocazione.

Lo ius soli è un tema di fortissima attualità anche nel nostro paese, dato il crescere delle popolazioni immigrate e dei figli di stranieri nati in terra di emigrazione. Proprio per questo in tutta Europa si stanno modificando le leggi sulla cittadinanza, andando verso una significativa convergenza sostanziale. I paesi che avevano uno ius soli quasi automatico, come la Francia e la Gran Bretagna, hanno introdotto negli anni alcune condizioni restrittive. I paesi che avevano uno ius sanguinis esclusivo, come la Germania (che si trovavano così, dopo la caduta del muro di Berlino, a dare la cittadinanza a discendenti di tedeschi provenienti dai paesi dell’est che nulla sapevano della lingua, della cultura e della democrazia tedesca, negandola invece a turchi da tre generazioni in Germania, tedeschi per lingua, per cultura e per tradizione democratica) hanno optato per leggi di cittadinanza a maglie molto più larghe.

Camon, tra i paesi che hanno lo ius soli, cita solo gli Stati Uniti, e ne indica le specificità che ne fanno una realtà non imitabile. Ma a parte loro, il Canada, e quasi tutti gli stati latinoamericani (luoghi nei quali del diritto alla cittadinanza hanno beneficiato diversi milioni di italiani e loro discendenti), lo ius soli esiste anche in vari paesi europei, che vanno dalla Francia alla Finlandia, dalla Gran Bretagna alla Grecia, dal Portogallo all’Irlanda, mentre politiche di cittadinanza comunque assai più larghe delle nostre (che tengono conto anche delle sempre più numerose unioni miste), esistono in paesi come Belgio, Olanda, Svezia e molti altri. Tra i paesi europei di alta civiltà giuridica e buon livello di convivenza civile che applicano lo ius sanguinis, vi sono solo paesi nordici con una lunga storia di isolamento e nel contempo una popolazione molto piccola, che da sola spiega tutto (Norvegia, Danimarca, Islanda), e la peculiare vicina Svizzera: tutti paesi che hanno, peraltro, politiche di inclusione degli immigrati enormemente più avanzate delle nostre, concedendo diritti che da noi sono miraggi, e quindi non li fanno sentire ai margini della società.

Sgomberiamo il campo da un equivoco voluto: nessuno in Italia vuole uno ius soli indiscriminato. Fare finta che sia così, se non è mala fede, è un furbo ma infondato espediente retorico. Tutti i progetti di legge in materia pongono delle condizioni, analoghe a quelle di altri paesi europei: tali peraltro da non poter far parlare, in senso stretto, di ius soli (ciò che vale anche come invito ai propugnatori di leggi di apertura ad un uso più cauto delle parole). Tra queste c’è la permanenza nel territorio per un certo numero di anni consecutivi, la conoscenza della lingua italiana, l’aver svolto un certo numero di anni di scolarizzazione in Italia (tanto che alcuni parlano di ius scholae).

L’idea ispiratrice è che una politica di cittadinanza aperta favorisce lealtà, fedeltà, gratitudine, processi di integrazione. Mentre al contrario un rifiuto aprioristico può produrre senso di marginalità, frustrazione, senso di non appartenenza. Quale ci conviene? Per gli immigrati è un punto d’arrivo: per noi può essere un preciso interesse, oltre che un principio di giustizia.

Camon sostiene che essere cittadini è una condizione che bisogna meritarsi: ma per tutti noi è semplicemente un caso, che solo attraverso i processi di socializzazione si trasforma in storia e tradizione. Sono questi, quindi, quelli che contano. E’ giusto però porre delle condizioni alla cittadinanza, fare sì che sia un atto fortemente simbolico, non un automatismo. In un mondo fortemente globalizzato, dove i processi di mobilità coinvolgono centinaia di milioni di persone, e non quattro gatti, la prospettiva cambia, rispetto all’800. Semmai potrebbe essere saggio porre dei paletti sulle doppie cittadinanze (che coinvolgono anche i nostri emigranti e i cittadini italiani che si sposano o risiedono in altri paesi), che invece pongono alcuni peculiari problemi su cui varrebbe la pena riflettere pacatamente.

Le condizioni da porre allo ius soli, in “Messaggero veneto”, 8 agosto 2013, p.1-37

Qualche giorno dopo, il 15 agosto, nelle pagine della cultura del “Mattino” di Padova, “Tribuna” di Treviso, “Nuova” di Venezia e “Corriere delle Alpi”, sono stati giustapposti un nuovo articolo di Camon sul tema (cui sono stati tolti i riferimenti spinosi al ministro Kyenge, ma altrettanto zeppo di luoghi comuni, secondo il tipico metodo di rispondere agli argomenti generali con casi singoli: metodo, come noto, con cui si può dire – non dimostrare – tutto e il contrario di tutto), e il mio contributo, con il titolo “Ma non sarebbe un diritto indiscriminato”

Una risposta a Ius soli: una risposta a Ferdinando Camon

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