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Egitto: la partita dei militari, tra Morsi e Mubarak

Dopo il colpo di stato, il colpo di spugna. L’immagine contrapposta di Mubarak libero e Morsi in carcere, è la fotografia delle contraddizioni dell’Egitto di oggi. In mezzo, il generale al-Sisi: ministro della difesa ma, oggi, presidente di fatto, colui che in mano le chiavi del potere. E della repressione.

Nella carcerazione di Morsi, primo presidente eletto della storia egiziana, e nella contemporanea liberazione (se l’annuncio verrà confermato dai fatti) dell’ex presidente-dittatore Mubarak, c’è molto di più di una scelta sconcertante, nel contenuto e nei tempi. C’è una delle ragioni di quanto sta succedendo oggi in Egitto.

Tutto è cominciato con piazza Tahrir. Un movimento di massa, una rivoluzione di popolo: che ha abbattuto l’odiato corrottissimo Mubarak, in un quadro di grandi sommovimenti per l’intera area, che sarebbero passati alla storia con l’assai ingiustificata definizione di primavera araba. Sull’onda lunga delle proteste, sono arrivate le libere elezioni del 2011: le prime vere, probabilmente. E con esse la vittoria netta dei Fratelli Musulmani. Tutto fuorché imprevedibile: e imprevista solo da chi, in Occidente, immaginava le proteste del Cairo contro il regime (e, molto, contro la disoccupazione e una concretissima fame) come una specie di giovanile Occupy Wall Street, laica, liberale e progressista.

Nel 2012, ci sono state le elezioni presidenziali. Anche queste vinte dai Fratelli Musulmani. E qui è stato l’inizio della fine. La pochezza e l’incompetenza del presidente Morsi sono apparse evidenti dall’inizio. E altrettanto evidente la scelta cieca e arrogante di un’agenda diversa da quella necessaria al paese. A cominciare dall’idea fuori tempo massimo che gli ha fatto immaginare, e ha fatto credere ai Fratelli nel loro insieme, di essere stati eletti con l’obiettivo di islamizzare, in maniera più o meno radicale, il paese. Mentre erano stati eletti semplicemente perché rappresentavano l’alternativa più onesta e presentabile, e più popolare, al continuismo del regime, e allo stesso strapotere dell’esercito. Così, a un paese che chiedeva riforme, diritti, giustizia, progresso economico in risposta alla crisi, pane e libertà insomma, Morsi ha risposto dando più religione: per giunta senza tener conto di alleanze ed equilibri complessi. Senza cercare appoggi. Senza fare compromessi: con i laici, con i liberali (peraltro più chiassosi che efficaci, e tra loro divisi), con i militari stessi. Secondo una linea dettata dalla parte più estrema e più esterna al governo della fratellanza: i leader religiosi, più che quelli politici. Che temevano la concorrenza salafita più che la reazione popolare.

E invece la reazione popolare c’è stata. E forte. E i Fratelli hanno la responsabilità di non averne tenuto conto, e di aver reagito male. Con la repressione anziché col dialogo. Col rinserrarsi in se stessi anziché con il mettersi in discussione. Decretando il fallimento della tanto attesa esperienza di governo del più popoloso paese arabo da parte di un movimento islamico moderato di massa: che aveva giocato un ruolo minore nelle piazze della rivolta anti-Mubarak, ma aveva sopportato il peso di decenni di dura opposizione, conquistandosi il cuore e il consenso del popolo.

Il colpo di stato dei militari – che non si vuole chiamare tale, ma tale rimane – non è tuttavia l’improvvisa e poco credibile conversione alla libertà di un esercito che in nome del popolo non vuole più obbedire a un presidente non più legittimato, anche se ancora legittimo. E’ invece la risposta della più potente casta del paese, che rischiava di perdere parte del suo ruolo e dei suoi colossali privilegi, a chi ne minava alcune posizioni: del resto i militari non hanno fatto alcun mistero della loro opposizione al governo Morsi e alla fratellanza musulmana, fin dal giorno delle elezioni politiche, senza nemmeno aspettare quelle presidenziali.

La repressione sanguinosa di oggi, assai più ampia di quanto dichiarato fino ad ora, e assai più terribile di quella attuata da Morsi contro i suoi oppositori, è lo specchio della volontà dell’esercito. E non ha giustificazioni. Le proteste della fratellanza sono legittime. Morsi, dopotutto, ha governato per un solo anno. Troppo poco per giudicarlo e condannarlo: cosa che avrebbero fatto probabilmente le urne, se si fosse chiesto ad esse una risposta. E la liberazione di Mubarak è il segno che si sta andando nella direzione sbagliata. Rischiando di legittimare non solo il vittimismo, oggi giustificatissimo, della fratellanza, ma ponendo le condizioni per assai peggiori sussulti jihadisti. Mentre è opinabile, e tutto da dimostrare, che gli egiziani vivranno davvero meglio, nel dopo Morsi, in mano ai militari.

Il pericolo di una deriva jihadista, in “Il Manifesto”, 20 agosto 2012, p. 7

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