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Politica: la crisi come segnale di speranza

Il ponte di Ferragosto, politicamente, si compie all’insegna del già visto. Le notizie, dopo tutto, sono sempre quelle: i guai giudiziari di Berlusconi, le divisioni nel PD, le piccole decisioni e i molti rinvii del governo. Niente di epocale. Niente di innovativo. Niente di riformatore.

I guai giudiziari di Berlusconi ce li portiamo dietro dalla sua discesa in campo: vent’anni fa. Le divisioni nel Partito Democratico sono la sua stessa storia: dal 2007, ma con radici più lontane, anche nella pulsione a separarsi nel momento stesso in cui si sentiva la necessità di unirsi. Di governi che non decidono, o che non decidono abbastanza, è piena la storia repubblicana: forse, per essere più precisi, è la storia repubblicana.

E’ l’immagine di un paese fermamente ancorato al passato. Immobile. Che non riesce a pensare il futuro, e a produrlo. E che non cambia: non ci riesce, o più probabilmente non vuole. Il ceto politico non fa che rispecchiarla, questa immagine, amplificandone i difetti e distorcendola ulteriormente, come in uno specchio deformante.

Sarebbe l’immagine di un paese senza speranza. Se non fosse che una speranza c’è, ed è anche più di questo: è una certezza. Che tutte le storie, come tutte le biografie, finiscono. Che nonostante la volontà ostinata di durare, a dispetto di tutto, niente dura, in ogni caso. Invecchiano e muoiono le persone. Decadono e alla lunga cadono le istituzioni, i partiti, i governi. Crollano, infine, i sistemi, anche quelli di lunga durata: politici, economici, religiosi persino. Gli imperi, i grandi soggetti economici e finanziari, le chiese. Figuriamoci se non può cadere Berlusconi, implodere il PDL, dividersi o cambiare faccia il PD, e un governo, miracolosamente, decidere senza rinviare e, finalmente, riformare il paese.

Non è la notizia di oggi, ma è quella di domani: accadrà. Prima di quanto pensiamo. Le condizioni ci sono già.

Berlusconi, nonostante tutto, è alla fine del suo ciclo politico. Potrà trattare le condizioni della resa, ma politicamente è finito. Non a caso, nella sua fase senile, ritira fuori il mito di gioventù: Forza Italia, che fu una novità dirompente e vincente. Ma lo fu vent’anni fa: un’epoca assai lunga, in politica (la durata del fascismo, per dire). La sua forza vitalistica non c’è più: recuperarlo ora è solo rimpianto, nostalgia, ricordo. Attività peculiari degli anziani. E il PDL finirà con lui. Anzi, è già finito, tanto che lo vogliono sostituire. Solo che non gliel’hanno ancora detto ufficialmente.

Il PD, nonostante tutto, non può continuare ad essere quello che è adesso: un contenitore di ceti dirigenti di passate stagioni. Anch’essi allo stremo delle loro forze, e capaci solo di tutelarsi: non decidendo, rinviando, e tenendo fuori il nuovo, quale che sia la sua forma. Anch’esso, così com’è ora, è in fase calante, senescente, declinante: come capacità di decisione, di immaginazione, e come consenso. Per questo è destinato a cambiare, o a morire, che è un altro modo di cambiare. Il nuovo sta già prendendo le misure del vecchio, imponendo, con fatica, le sue proposte, e in fondo i suoi tempi. Il vecchio può solo fare resistenza: è da molto, del resto, che non fa altro. Ma poi, inevitabilmente, c’è la resa.

Il governo, infine. E’ figlio di queste due crisi parallele, che sono anche il suo unico collante. Non è il viatico migliore, per un programma di riforme radicali: e infatti, finora, si è esercitato solo nell’ordinaria manutenzione, e nei rinvii delle decisioni straordinarie. Ma, paradossalmente, proprio questa debolezza potrebbe essere un fattore positivo. Di suo non può durare. Ma potrebbe lasciare in eredità le condizioni – a cominciare da una nuova legge elettorale – per consentire il suo stesso superamento. Spinto, in questo – ed è l’ultimo paradosso italiano – dal presidente della repubblica Napolitano. L’unico che aveva preso sul serio la legge naturale delle cose, e accettato di finire, ritirandosi. Ma che, costretto a continuare, vuol farlo non per inerzia, ma lasciando e lanciando un segnale forte di cambiamento, di discontinuità. Una fine. E le basi di un nuovo inizio. Per ricominciare.

Le basi di un nuovo inizio, in “Messaggero veneto”, 15 agosto 2013, p.1

Un paese ancorato al passato, in “Gazzetta di Reggio”, 15 agosto 2013, p. 1

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