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Di destra, di sinistra o semplicemente inutili? Sui senatori a vita

Il presidente Napolitano ha nominato quattro nuovi senatori a vita. E puntuale è partita la polemica sulla loro collocazione politica: se sono di destra, o se sono di sinistra. Una polemica, come molte che hanno a che fare con il chiacchiericcio politichese più che con la politica, sciocca e provinciale, fuori luogo e fuori tema. Per l’ottima ragione che la maggior parte delle personalità serie, proprio perché tali (personalità: e serie) non sono facilmente etichettabili: hanno il dono di riflettere, raramente hanno l’ansia di schierarsi, anche quando lo fanno perché sentono che è giusto farlo (soprattutto se schierarsi è un’attività a prescindere: dalla riflessione, appunto. Come spesso accade dalle nostre parti). E sono quindi capaci di avere un’idea, ma anche di cambiarla, se si è rivelata errata.

Che la destra partitica e parlamentare abbia coinvolto al suo interno (oggi, perché in passato le cose stavano diversamente) poche personalità culturali di rilievo, è un dato. Cosa assai diversa se pensiamo alla destra culturale, che un peso significativo nel Paese ce l’ha eccome: al conservatorismo laico e cattolico, o al pensiero liberale, per esempio. Che del resto, oggi, è difficile qualificare sensatamente di destra. E sarebbe anzi assai più innovatore e rivoluzionario di tanti progressismi parolai e di appartenenza (di schieramento a prescindere, appunto), nella sostanza conservatori.

Che la sinistra partitica sia in una situazione un po’ diversa, avendo eletto più spesso tra le sue file anche uomini e donne di cultura (ma con una certa idea di cultura: scrittori, registi, docenti universitari, ecc.) in quantità maggiore, è probabilmente anche questo un dato. Ma il malinteso senso di superiorità culturale che circola a sinistra in questi giorni, dopo l’ultima tornata di senatori a vita voluta dal presidente Napolitano, è assai fuori luogo. Molte personalità serie, magari hanno avuto occasione di votare a sinistra, o di provare a impegnarcisi: assai difficilmente si identificano con essa. Il più delle volte la criticano, anche assai aspramente. Sono antipazzanti, più che simpatizzanti. Vorrebbero identificarsi con un’area progressista, in senso lato: che produca più giustizia sociale, ma anche più libertà e più innovazione. E quasi sempre, in Italia, non ci riescono. E quando la scelgono e la votano, scelgono e votano il male minore, non il meglio: e con sempre meno convinzione, peraltro, di fronte a un’offerta che continua ad essere scadente.

E poi c’è un problema di definizione di cosa è cultura, per non parlare di cosa è una personalità. Un uomo o una donna d’impresa, per esempio, è di cultura? E una personalità religiosa? Perché allora, di solito, si considera cultura soprattutto altro? E sono attività più di destra o di sinistra? Per un certo manicheismo di sinistra, facile alle etichette, la risposta a questa domanda c’è. Ma ha senso questa etichetta, legata all’attività?

Forse il problema vero è un altro. E’ che proprio non ha più alcun senso che ci siano ancora i senatori a vita. Che rappresentano un’istituzione datata e oggi senza alcuna vera funzione (e per certi aspetti persino odiosa). Che in una democrazia parlamentare matura andrebbero semplicemente aboliti. Che per onorare le personalità serie, che hanno dato lustro al Paese, basterebbe un’onorificenza (e se i titoli di Cavaliere e Commendatore non hanno la statura e il valore della Legion d’Onore o del titolo di Sir, forse è perché li si è concessi a troppi che personalità non erano, serie nemmeno, e lustro ne hanno ricevuto più che dato: ma il problema sta lì, allora).

E che se proprio i senatori a vita li si vogliono mantenere, dovrebbero essere una carica gratuita: onorifica, appunto. Priva di privilegi e di prebende. Che – non è affatto demagogico dirlo – oggi, nella situazione in cui siamo, gridano vendetta, e soprattutto non si giustificano e non hanno senso alcuno. Se non quello di rendere ulteriormente privilegiate persone che lo sono già: seppure, in questo caso, per loro merito. E di aumentare la percezione di distanza tra i rappresentanti e i rappresentati. Tra il ceto politico e il popolo. Tra la casta e i fuori casta.

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