stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Imprenditori suicidi sul lavoro: ma non è solo colpa della crisi

Un altro suicidio. Un’altra vittima del lavoro. Un altro piccolo imprenditore, un artigiano, che ha scelto di andarsene. Perché doveva chiudere l’azienda. Perché doveva licenziare i suoi due dipendenti. Senza un solo euro di debiti: solo perché ormai non era in grado di andare avanti, di produrre utili, di pagare stipendi.

Una vittima della crisi, certo. Che ha ristretto i mercati, le prospettive, gli orizzonti. Perché la domanda si è contratta, le commesse sono diminuite, i tempi di pagamento si sono allungati, le linee di credito ridotte, e l’imposizione fiscale e burocratica rimane sempre lì, implacabile. E in queste condizioni sopravvive solo, e con fatica, chi sa ripensare il suo lavoro, innovare, inventare nuovi prodotti, trovare nuovi mercati. Quelli che non ce la fanno, e si lasciano andare, sono i caduti sul lavoro. Ai quali dobbiamo rispetto, e partecipazione al dolore di chi è rimasto: i familiari, innanzitutto. Senza scambiare delle vittime per degli eroi (cosa dovremmo dire, allora, di chi resta sul campo di battaglia…). Ma cercando di capire il messaggio che ci trasmettono: e cominciare a riflettere anche su altro. Perché la crisi c’è, eccome. Ma non possiamo scaricare tutto su di essa. Queste persone sono anche vittime di una cultura.

Non si può generalizzare facilmente su un tema, come quello del suicidio, che esprime la più radicale delle scelte individuali. E le variabili sono molte. Ma colpisce che, spesso, vi siano delle costanti, che possono suggerirci qualcosa. Si tratta di uomini, innanzitutto: certo, perché sono maggioritariamente uomini gli imprenditori e gli artigiani. Ma anche perché c’è una cultura, tipicamente maschile, che vede nella realizzazione sul lavoro, nel successo, la sola ragione di vita, o di una vita degna. Non solo: a parità di condizioni, ci si suicida di più in alcune regioni e meno in altre. E anche su questo bisogna riflettere. Il modello culturale che permea il nord-est ha portato con sé una specie di religione del lavoro, che viene da lontano, che ha fatto diventare il lavoro un fine in sé, anziché un mezzo. Quasi una religione sostitutiva, un’etica – personale prima che professionale – di cui ci si è fatto troppo spesso vanto, senza guardare alle sue implicazioni. Tra di esse c’è la povertà relazionale, per esempio: il deserto della socialità. Colpisce, in molte biografie, l’assoluta ed esclusiva dedizione al lavoro. Tutti casa e lavoro: più lavoro che casa. E nient’altro. Quanti di noi sono in queste condizioni? Quanti lo considerano un merito? Ma lo è davvero? Perché poi, quando le cose si fanno difficili, quando i problemi emergono, la povertà relazionale, la mancanza di reti di solidarietà e di supporto, ma anche di altri valori, di altri ambiti in cui realizzare la propria personalità, si sente e si paga, e cara.

Questa dimensione culturale, individualista nel profondo, porta con sé un’altra tragica implicazione: la debolezza istituzionale, l’incapacità culturale – prima ancora della mancanza di risorse – dei sistemi di welfare di farsi carico delle difficoltà e del dolore altrui. Che si tratti dei più deboli (è ancora e sempre e solo la famiglia di chi è direttamente implicato che si fa carico dell’handicap, della non autosufficienza) o di chi ha perso sul campo di battaglia del lavoro.

E qui si apre un’altra dimensione. Una malintesa etica dell’onore, di facciata più che di sostanza, che impone di avere successo, o almeno far sembrare che sia così. Mentre in altre culture (moderne e di successo, peraltro: come quella americana) il fallimento, e tipicamente il fallimento d’impresa, non è un’onta da occultare, un disonore, una vergogna, ma semplicemente una tappa del cammino, implicita nell’idea di impresa come rischio: per cui si può cadere, e rialzarsi, ed è normale. C’è un elemento di ipocrisia sociale, nel dover per forza ostentare un successo che è nella logica e nella natura delle cose che sia invece normalmente alternato al fallimento. Chi ha perso non è un fallito: è uno che è caduto, e che semmai bisogna aiutare a rialzarsi, affinché poi ce la faccia di nuovo da solo.

Chi perde non è un fallito, in “il Mattino” di Padova, “la Tribuna” di Treviso, “la Nuova” di Venezia e Mestre, “Corriere delle Alpi”, 19 settembre 2013, p.1

Leave a Comment