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Fine del ventennio berlusconiano

“U turn”, inversione a U. Titolavano così le breaking news della BBC relative alla svolta di Berlusconi, passato in una mattinata dall’opposizione al governo, dalle dure critiche alle istituzioni (primo ministro e presidente della repubblica) al loro sostegno, dalla sfiducia alla fiducia. Ma è molto più di una svolta: è un tuffo nel vuoto, un doppio salto mortale carpiato con avvitamento, di cui l’ultimo a immaginare l’esito era proprio Berlusconi.

Con il voto di fiducia al governo Letta cade il mito del grande stratega (o meglio del grande tattico), del condottiero delle troppe battaglie (o della stessa per troppo tempo), del risolutore di tutti i problemi, del leader che con un’intuizione, una furbata, un guizzo di creatività, una battuta, alla peggio una gaffe, è in grado di uscire da ogni situazione, e vincente.

Finisce con una cocente sconfitta il mito del grande statista. Il primo senza senso dello stato, ma in compenso con un grande senso dello spettacolo: è stata una trovata da consumato attore andare ad annunciare di persona una fiducia che non voleva, invece di mandare, come inizialmente previsto, uno dei suoi più fedeli yesmen ad annunciare il voto contrario. Anche questa volta ha saputo fare finta di aver vinto. Ma, questa volta, si è visto perfettamente che ha perso.

Finisce qui anche l’avventura politica dell’uomo nuovo, dell’incarnazione del grande sogno, o almeno dell’epopea personale del grande imprenditore che diventa leader politico, primo ministro, e nel suo immaginario personale grande e rispettato leader internazionale. Ma identificandosi Berlusconi con i suoi ruoli, con il suo potere assoluto e le sue immense ricchezze, finisce anche la sua avventura umana come personaggio pubblico positivo, come narrazione vincente. Gli restano i soldi, certo: una montagna. Ma il potere assoluto sui suoi seguaci è definitivamente tramontato. Ha esagerato, ha voluto troppo, anche dall’ossequio troppo spesso servile dei suoi: che anch’esso ha un limite. Come ogni bulimico, ha scoperto di avere come principale nemico se stesso, il suo stesso smodato desiderio. Ed è rimasto in compagnia dei soli suoi peggiori cortigiani. E’ finita infatti anche la stagione dei falchi, più spesso simili ad avvoltoi sul cadavere del paese. Mentre hanno vinto una battaglia postuma, invece, i vecchi democristiani e i vecchi socialisti: quelli che, venendo dalla lontana prima repubblica, sanno ancora che la politica non si può basare solo sulla fedeltà al leader.

Nelle ore concitate prima del voto, nel PDL, si sono evocate faide, parricidi, tradimenti, congiure, pugnalate alle spalle. E’ mancato il “Tu uccidi un uomo morto” solo perché Berlusconi non avrebbe mai ammesso di esserlo. Ma non è tragedia greca, né Shakespeare. E’, più prosaicamente, sopravvivenza. E non di un ceto politico nuovo: non il figlio che vuole sostituire il padre, non i nuovi barbari a sostituire l’impero in decadenza. Qui sono vecchi tutti: e, tutti, hanno un destino segnato, dopo questo governo e questa legislatura. Che per i più si chiama declino, e oblio; e per i più fortunati, galleggiamento: sopravvivere con un seggio, per tirare avanti, ma senza davvero contare più come prima. E’ vero per quasi tutti i dissidenti, del resto già di lunghissimo corso, da Formigoni a Giovanardi a Cicchitto: non proprio il nuovo che avanza, al massimo il vecchio che spera di resistere ancora un po’. Ne esce meglio, per una volta, il delfino perennemente bistrattato, quell’Angelino Alfano a cui si dava e toglieva la segreteria, che si costringeva a dire tutto e il contrario di tutto, umiliato pubblicamente per la mancanza di ‘quid’. Per una volta, è uscito dal ruolo subalterno a cui era rimasto fedele fino ad ora, e si è scoperto eroe: capace, persino, di dire no.

Vince Letta, quindi, che con la richiesta di fiducia ha perseguito la chiarezza e la trasparenza. Vince il governo, che continuerà con meno rischi di imboscate il suo difficile percorso. E per una volta, forse, ha vinto l’Italia: che non voleva, in nessuna delle sue articolazioni, delle elezioni al buio e senza aver cambiato sistema elettorale. E che domani non si ritroverà più Silvio Berlusconi alle elezioni (semmai, una pallida ma meno efficace copia dallo stesso cognome). Finisce un ventennio. Ingloriosamente. Ma, per il paese, è una buona notizia. Si apre se non altro una nuova stagione.

L’ultimo atto di un mito ormai logoro, in “Il Piccolo”, 3 ottobre 2013, p.1

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