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Il carcere, oltre l’indulto

Il dibattito sull’indulto (ancora presente nella società ma già finito nel ceto politico: che, come ha lanciato il tema, l’ha anche frettolosamente dimenticato) ha almeno un merito: quello di farci riflettere sul carcere, e su come esso risponde alla sua funzione. Anzi, ancora più a monte: ci fa domandare quale sia, la sua funzione. Rieducativa? Di pagamento del proprio debito? Di riscatto sociale? O semplicemente di isolamento, di chiusura? Le etimologie ci possono aiutare a capire quale era la sua funzione originaria. Pena significa danno, castigo, ma anche sofferenza, e pietà. Il latino poena, da cui penale deriva dal greco poiné, che a sua volta deriverebbe da una radice indoeuropea che significa pagare: il proprio riscatto alla vittima e il proprio debito alla società. Non solo: la parola penitenziario ha una valenza quasi religiosa, ci fa pensare a un luogo di penitenza, di riflessione e di cambiamento. Oggi è ancora così? Serve a questo, il carcere? Fa riflettere, in questo senso, l’aumento progressivo dei numeri in gioco, abbastanza generalizzato in tutto il mondo occidentale. Cosa significa una società che produce carcere, che sa punire solo in questo modo? Così come fa riflettere il problema – plateale, a volerlo vedere: basta andarci anche una sola volta, in un carcere – degli strati sociali presenti, e soprattutto di quelli assenti. Come mai ci sono solo alcuni e non altri: tipicamente i colletti bianchi? E’ perché gli altri sono più predisposti a delinquere, o tutto questo ha a che fare con la definizione di ciò che è reato, e soprattutto con chi lo decide? E’ un caso che certi reati professionali e finanziari siano blandamente colpiti o quasi del tutto depenalizzati – rispetto al danno che producono, certo maggiore di altre forme di criminalità verso cui c’è maggiore allarme sociale – o c’entra col fatto che chi scrive le norme e scrive sui giornali appartiene alle medesime categorie sociali? Del resto, è divenuto proverbiale che buoni avvocati fanno la pena corta, o la pena alternativa disponibile, o meglio ancora la prescrizione. Quasi la metà dei detenuti ha a che fare con la tossicodipendenza o con l’immigrazione, in base a reati che puniscono non un fatto, ma una condizione. Siamo proprio sicuri che davvero la metà della pericolosità sociale, del male che c’è nella società, dell’indebolimento del legame sociale, della percezione di insicurezza, della perdita di fiducia nel sistema stesso, stiano in queste due sole categorie? E la carcerazione risolve il problema o al contrario lo incancrenisce, per giunta in maniera economicamente dannosa? In definitiva, puniamo alcuni reati – e solo alcuni – con il carcere perché siamo convinti della sua efficacia, o al contrario per inerzia, perché non sappiamo che altro fare? E infine, cosa costerebbe meno alla società, in termini umani, civili, ma anche molto concretamente economici: il carcere, o le pene alternative, i domiciliari, la presa in carico in comunità, il lavoro come forma di rieducazione, un modello diverso di rapporto carcere-società, e naturalmente la prevenzione? Perché, diciamolo, se per la rieducazione e la formazione dei detenuti si spendono pochi euro al mese, contro le migliaia che costa la mera funzione immobilizzativa, di parcheggio sociale, c’è qualcosa che non torna. Se la recidiva è alta – ovvero se chi va in carcere finisce per tornarci in gran parte per le medesime ragioni – è peggio se in carcere, a praticare il crimine, lo si impara: dati gli esempi disponibili, le condizioni di vita, e l’assurdo per cui ben il 40% delle persone è in carcere in attesa di giudizio, non a seguito di un giudizio). Si dice in carcere non si lavora ma si perde solo tempo (in passato almeno c’erano i lavori forzati: che, senza rimpiangerli, davano comunque un senso e un significato sociale e retributivo alla detenzione). E già che ci siamo, si potrebbe riflettere sul senso dell’ergastolo, in quest’ottica. Ecco, a partire da questi dati, forse potrebbe prendere un’altra direzione la discussione sul sovraffollamento delle carceri, sulle cure mancate, sui suicidi, sul numero di posti insufficiente e degradato, sulla formazione e la retribuzione di chi se ne occupa. Per cui, benvenuto indulto, soluzione sbagliata a un problema reale, se almeno l’evocazione del tema è il dito che ci fa guardare, finalmente, la luna, e non il dito stesso.

L’indulto soluzione sbagliata, in  “Messaggero Veneto”, 22 ottobre 2013, p.1

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