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Indulto, sì: ma dopo…

Ieri, su queste pagine, il collega Giuseppe Mosconi mi ha mosso, senza nominarmi, alcune dure rampogne, per essermi espresso contro l’indulto, così come se ne parla attualmente. L’occasione mi è propizia per chiarire il mio pensiero.

Comincio da ciò con cui concordo, e che avevo già scritto nel mio precedente articolo. Il problema del sovraffollamento carcerario c’è, da anni, ed è vergognoso in sé, non solo per le critiche e le sanzioni che ci muove l’Unione Europea.

Tale sovraffollamento è dovuto in gran parte al fatto che ci sono dei reati minori, che altrove non sono puniti con il carcere e non ha senso che lo siano, legati a una condizione (quella di tossicodipendente o di immigrato irregolare) più che a un fatto. Mi riferisco ai reati legati alla detenzione e spaccio di modiche quantità di droghe, anche leggere. E a quelli legati alla condizione di irregolarità. Tradotto: la Fini-Giovanardi e la Bossi-Fini, leggi che producono il problema sociale della carcerazione di massa e delle sue conseguenze, più che risolvere, con il carcere, un problema sociale. Basterebbe cambiare, e si può fare con molta rapidità, alcuni articoli di queste leggi, per modificare radicalmente la condizione carceraria: e allora sì, potrebbe anche avere senso, oltre che liberare coloro che sono detenuti a seguito di questi reati, indultare un anno anche per altri reati, per svuotare rapidamente le carceri e finirla finalmente con l’emergenza (un anno di indulto – quindi un periodo comunque limitato di uscita anticipata dalle carceri – interesserebbe circa una decina di migliaia di detenuti). E nel frattempo si potrebbe pensare alla riforma di una giustizia indecentemente lenta, che è incivile, colpisce tutti, e oltre tutto ci costa due punti di Pil.

Ecco perché un indulto ha senso – e mi vedrebbe favorevole – solo se viene dopo o insieme ad altre soluzioni. Perché altrimenti tra due anni saremmo daccapo: con le carceri sovraffollate e i problemi irrisolti.

Se si vuole davvero riformare, ovvero cambiare strada, occorre altro. Se c’è da svuotare una vasca, bisogna prima di tutto chiudere il rubinetto. Togliere il tappo ogni tanto non risolve il problema. E, in più, è diseducativo. E qui vengo all’argomentazione che mi sta più a cuore.

L’indulto, come il condono, è una non soluzione, che alla lunga produce problemi più gravi. Come è accaduto con tutti i condoni del passato. E l’ultimo indulto di sette anni fa. Non sono tra coloro che non lo vogliono perché temono chissà quale aumento dei reati (anche se qualcuno ci sarebbe). Non agito spauracchi. Mi preoccupo della tenuta del patto sociale, della crisi della fiducia nelle istituzioni e del senso dello stato, già ampiamente minato per responsabilità altrui. L’amico Mosconi ironizza, chiedendosi dove sarebbe il patto sociale, nella postmodernità. A me sembra una sottovalutazione assai rischiosa di ciò che è la società e di cosa la tiene insieme (la fiducia, innanzitutto), del ruolo del legame sociale: se non c’è, perché gli stessi che vogliono l’indulto dicono che i condoni sono scandalosi, e pagare le tasse invece è giusto? Così come preoccupa la sottovalutazione del sentimento delle vittime di reati, e delle paure, anche talvolta irrazionali, della società. Alla società vogliamo parlare, e convincerla attraverso un percorso intelligente e virtuoso, o imporle le nostre logiche? La certezza del diritto e della pena è un valore in sé o no? Se lo è, bisogna lavorare sul tipo di pene che si comminano e il loro perché, spiegandolo (magari spiegando che è inammissibile e non ha paralleli in altre democrazie che il 40% delle persone sia in carcere non dopo essere stata giudicata colpevole, ma prima, in attesa di giudizio), non sul diminuirne surrettiziamente l’entità, perché siamo buoni o, più banalmente, non sappiamo dove mettere la gente. Anche perché l’indulto è generalizzato: non distingue tra buoni e cattivi, tra persone che si vogliono reinserire nella società e persone che intendono proseguire sulla loro strada, senza pentimento e senza mutamento. Oltre tutto, con la farsa di lasciare in piedi – inutilmente e costosamente – processi senza senso, che dovrebbero comunque arrivare a un giudizio.

Capisco chi pensa soprattutto al disagio dei detenuti, e ne condivido le preoccupazioni. Ma se pensiamo anche alla società dobbiamo fare un ragionamento complessivo, non lavorare su provvedimenti spot. E smetterla di dire che chi dissente lo farebbe per lucrare consenso nell’opinione pubblica: un’accusa semplicemente vergognosa, che giudica innanzitutto chi la esprime.

Indulto: non servono provvedimenti spot, in “Mattino” Padova, 18 ottobre 2013, p. 34

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